venerdì 23 settembre 2016

Le basiliche paleocristiane di Cimitile. La devozione come arte attraverso i secoli

 




"Le cimitiére de Nola [...] un centre privilegié
ou se rencontraient les influences les plus diverses."

Emile Bertaux

   Nell'area dell'agro nolano, a pochi chilometri dalla città di Napoli, sorge uno dei siti archeologici cristiani fra i più interessanti del territorio campano: il complesso basilicale di Cimitile.
La sua origine è legata al provvedimento imperiale adottato da Augusto che procedé alla lottizzazione dei territori posti a nord di Nola da assegnare ai suoi veterani. A seguito di tale intervento, nell'area sorsero ville, intervallate dal consueto sistema viario articolato in decumani e cardi. Con la nascita di questo nuovo abitato, tra il II ed il III sec. d.C. iniziò a svilupparsi un'area sepolcrale, lungo l'asse viario nord-sud, costituita da tombe in laterizi e mausolei pagani.
A partire dal III sec. questo luogo principiò ad assumere un ruolo fondamentale per la comunità cristiana locale, e non solo. Il 14 gennaio di un anno imprecisato del 200 d.C, veniva qui sepolto Felice da Nola, sacerdote cristiano (da non confondere con l'omonimo vescovo di Nola, martire del I sec. d.C.).
A Felice spettò il compito di reggere la cattedra vescovile di Nola durante l'assenza del suo titolare Massimo, negli anni della persecuzione contro i cristiani promossa dall'imperatore Decio (201-251).
Se i resti di san Felice trovarono, inizialmente, riposo presso una semplice sepoltura in laterizi con cuscino funebre, la devozione verso la sua memoria assunse ben presto i caratteri di una vera e propria venerazione: tra i fedeli andò diffondendosi il desiderio di essere sepolti accanto al santo, cosa che portò ad un incremento di inumazioni concentrate attorno la tomba di Felice.
Dopo l'editto di Milano, nel 313, con il riconoscimento del principio della libertà di religione concessa a tutti i cittadini dell' Impero, il culto per la tomba del santo nolano trovò piena espressione in una serie di ampliamenti dell'area ed edificazioni di strutture che potessero degnamente custodirne le mortali spoglie. Il vescovo Paolino da Nola (355-431), già governatore della Campania, attuò a Cimitile una vera e propria renovatio dell'area cimiteriale fomentando il culto di san Felice e concorrendo a fare di questo luogo meta di pellegrinaggio. Per suo volere la tomba del santo venne recintata da lastre marmoree e si provvide a realizzare una basilica, detta nova, per differenziarla dalla precedente.

Nel corso dei secoli il coemeterium, da cui probabilmente derivò il nome di Cimitile, subì trasformazioni ed ampliamenti, continuando ad ospitare sepolture, tra cui quelle dei vescovi di Nola e a costituire luogo di pellegrinaggio per i credenti. Su un'estensione di circa 9000 mq, tra l'età paleocristiana e medievale sorsero ben sette edifici di culto, gravitanti intorno alla tomba di Felice e tutti con l'ingresso rivolto a questa. 

La visita al complesso ha inizio dalla basilica di san Tommaso. A sinistra della facciata, dal tetto a spiovente, si erge il campanile con copertura a bulbo, mentre sul lato destro sono ancora osservabili una vasca, probabilmente utilizzata per la conservazione di vino o olio e dei dolia, affioranti dal terreno, anch'essi destinati a contenere derrate alimentari.



La chiesa di san Tommaso, databile tra il VI ed il VII sec., si presenta a navata unica con copertura a capriate. Più volte rimaneggiata nel corso dei secoli, al di sotto del piano di calpestio, è possibile ancora oggi scorgere, attraverso delle grate poste sul pavimento, le antiche sepolture che qui si concentrarono: gli scavi archeologici hanno avuto modo di mettere in luce alcune tombe con corredo, databili tra VI e VII sec. Dell'antica decorazione interna, riconducibile ad epoca medievale, rimane traccia nelle sezioni superstiti di affreschi sulla parete sinistra in prossimità dell'abside, dove si conservano i volti di alcuni santi.

Basilica S. Tommaso. Particolare
Lasciata la chiesa di san Tommaso, il percorso tocca i resti della necropoli risalente al II-III sec. d.C. Protetta da una tettoia ed articolata in più ambienti comunicanti, la vecchia necropoli affianca la cappella dei SS. Martiri.
Edificata per volere del vescovo Leone III, tra il IX-X sec. su un precedente edificio risalente al III sec., l'accesso alla cappella avviene attraverso un protiro con volte a botte sorretto da due mensole su cui è possibile ancora leggere l'inscrizione che rimanda al committente (LEO TERTIVS EPISCOPVS FECIT). Le due mensole, interessanti per l'iscrizione che recano, poggiano su elementi non meno degni di nota, almeno dal punto di vista artistico: due pilastrini ornati a losanghe e motivi vegetali che richiamano lo stile bizantino reggono due capitelli corinzi creando un insieme raffinato ed estremamente interessante. Completa la decorazione dell'ingresso la lunetta del protiro, dove, sebbene sbiadita dal tempo, vi è decorata l'immagine della Vergine con due angeli.


Protiro di Leone III
Cappella dei Ss. Martiri. Particolare dell'inscrizione del protiro


Scesi alcuni gradini ci si ritrova finalmente nella cappella, uno degli ambienti più interessanti dell'intero percorso. Qui vennero ritrovati due arcosoli riconducibili al precedente mausoleo raffiguranti i progenitori Adamo ed Eva e Giona gettato in mare (quelli qui esposti sono copie, mentre gli originali sono conservati all'interno dell'area museale del complesso).


Interno della cappella dei Ss. Martiri

La cappella,  con soffitto voltato a crociera,  venne interamente affrescata ai tempi della sua realizzazione, ospitando al suo interno scene della Passione di Cristo (X sec.), ed immagini di santi ed angeli. Sulla parete sud del vano si aprono, ai lati dell'abside, due nicchie in cui sono raffigurati rispettivamente sant'Eusebio e la Maddalena (XIII sec.).


Cappella dei Ss. Martiri. S.Eusebio


Cappella dei Ss. Martiri. La Maddalena

La basilica di san Felice, fulcro materiale e spirituale del complesso, rappresenta l'espressione della stratificazione susseguitasi nell'arco dei secoli che ha dato luogo ad un edificio che nel suo complesso accorpa elementi di epoche e stili differenti. Entrando nella basilica attraverso un portale con architrave decorato a motivi vegetali datato tra il IX e il X sec., si accede all'atrio della basilica in cui è possibile scorgere già le prime tracce di decorazione pittorica qui conservate. Sulla parete sinistra un albero di Jesse, risalente al XII-XIII sec. è affiancato dalle immagini dei santi Giorgio, Giovanni Battista e Nicola, realizzati intorno alla metà del XIII sec.


Ingresso alla Basilica di S.Felice
                                                                             
Basilica di S.Felice. L'Albero di Jesse
                                                                           
Sulla parete di fronte, un arcosolio, scavato nella parete, ospita, affreschi del XIII sec.: un Cristo, con nimbo gemmato, assiso in trono tra la Vergine e S. Giovanni, occupa la parte centrale della decorazione, mentre di ciò che resta della parte inferiore è possibile riconoscere due religiosi. 
La scena continua nell'intradosso di sinistra dove è raffigurata una processione di chierici sovrastati da un angelo, di maggiori dimensioni, recante un incensiere finemente cesellato. La decorazione dell'intradosso dell'arcosolio è completata un Agnus Dei, posto in corrispondenza del Cristo e circondato da angeli.

Arcosolio nella basilica di S. Felice
                                                                           
Basilica di S. Felice. Particolare della decorazione dell'arcosolio
                                                                               
Agnus Dei

Oltrepassato il protiro realizzato per volere di Leone III, si accede al presbiterio, dove si ritrovano resti di sepolture risalenti al II-III sec. d.C.
In quest'ambiente, sulla parete di un vano laterale, si conserva una Trinità Eucaristica (X sec.) dove è osservabile l'immagine di Cristo ripetuta per tre volte.


Presbiterio

Basilica S. Felice. Trinità Eucaristica

Dal presbiterio si accede al vano con edicola mosaicata, dove in origine era conservato il corpo di san Felice. L'edicola, decorata a mosaici, venne realizzata tra il VI ed il VII sec. A pianta quadrata con tre archi a tutto sesto per lato, sostenuti da colonne e capitelli di spoglio, presenta nella parte superiore i resti di un mosaico dove prevalgono temi vegetali ed animali completati da un'iscrizione che ricorda i miglioramenti apportati all'ambiente, il tutto utilizzando prevalentemente tessere di colore blu, oro, rosso e verde.


Edicola mosaicata ed originaria sepoltura di S. Felice

A sinistra dell'edicola, in un piccolo vano voltato, si apre il Sancta Sanctorum, dove, sebbene in stato conservativo non eccellente è ancora possibile leggere i resti di una decorazione pittorica in cui compaiono diverse scene fra cui probabilmente una consacrazione.


Sancta Sanctorum

Superata l'edicola mosaicata, è possibile raggiungere i sotterranei, attualmente parzialmente adibiti ad area espositiva, dove trovano locazione i reperti rinvenuti in loco durante le campagne di scavo.
Aggirandosi per questi ambienti, oltre a ritrovare vani sepolcrali, si raggiungerà la cappella di san Calionio, anch'essa recante tracce di decorazioni pittoriche d'epoca medievale, tra cui un velario e le immagini dei santi Felice e Paolino. Fra questi cubicoli si conserva un ambiente che la tradizione vuole legato alla storia del martirio di san Gennaro: in uno dei vani infatti si conservano quelli che sono ricordati come il carcere e la fornace in cui il patrono di Napoli subì uno dei martiri sotto l'imperatore Diocleziano.

Lastra marmorea con pavoni affrontanti provenienti
dal pulpito della basilica di S. Felice (XII sec.)

Transenna marmorea proveniente dalla basilica di S. Felice (IX-X sec.)

Transenna con grifoni affrontanti

Accanto alla basilica di san Felice, sorge la piccola cappella dedicata a santa Maria degli Angeli. Della decorazione di quest'ambiente si conserva una Madonna col Bambino e due angeli risalente al XVI sec.

Santa Maria degli Angeli. Affresco

La basilica di san Giovanni, eretta  agli inizi del V sec. per volere di Paolino di Nola, era in origine di dimensioni più vaste rispetto all'attuale. Sensibilmente ridimensionata, oggi presenta un'ampia abside (nella cui fascia inferiore è ancora ravvisabile parte dell'apparato di rivestimento marmoreo) affiancata da due vani a pianta centrale. Anche qui si conservano tracce, seppur labili, di una decorazione pittorica, di cui, nella cappella destra sono ravvisabili le immagine della Vergine col Bambino e di alcuni santi.


Interno della basilica di S. Giovanni

Basilica di S. Giovanni. Particolare degli affreschi

La visita al sito si conclude nella basilica di santo Stefano: a navata unica terminante in un'abside semicircolare, al suo interno si osserva il riutilizzo di materiale di spoglio come le colonne scanalate con capitelli dell'arco trionfale e trecce di labili affreschi. Concentrate nel vano absidale ancora sepolture a testimonianza dell'importanza di farsi inumare in questo luogo.


Interno della basilica di S. Stefano

Il complesso basilicale di Cimitile rappresenta una realtà storico-artistica di fondamentale importanza nella ricostruzione delle vicende della cristianità non solo dell'entroterra napoletano ma dell'intera Campania.
Nel corso dei secoli, questo territorio si è spesso venuto a trovare, sia geograficamente che politicamente, sospeso tra realtà culturali ed amministrative differenti i cui elementi stilistici hanno converso verso quest'area dando luogo ad episodi artistici vivaci e degni di nota, come gli affreschi conservati presso le basiliche di Cimitile dimostrano. La descrizione fin qui offerta non esaurisce tutto quello che il sito può offrire, ma vuole costituire un incentivo alla visita di un luogo la cui storia presenta molteplici ed inaspettate sfaccettature...


Cappella Ss. Martiri. Angelo

Complesso Basilicale Paleocristiano: Via Madonnelle, Cimitile- Napoli.

Bibliografia
Abbate F. -Storia dell'arte nell'Italia meridionale- Roma, 1997
H. Belting -Cimitile: le pitture medievali e la pittura meridionale nell'alto medioevo in "Atti del convegno per il XXXI cinquantenario della morte di S. Paolino di Nola. Nola 1982"- Roma, 1983.
Cantino Wataghin G., Pani Ermini L.- Santuari martiriali e centri di pellegrinaggio in Italia fra tarda antichità e altomedioevo, in ACIAC XII, 1995.
Chierici G.- Cimitile in "Palladio", VII/1, pp.69-73, 1957.
Ebanista C., de Matteis M. - Il complesso basilicale di Cimitile. Patrimonio dell'umanità. Convegno internazionale di Studi. Cimitile, 23-24 ottobre 2004. Napoli, 2005.
Ebanista C., Fusaro F.- Cimitile. Guida al complesso basilicale e alla città. Nuova edizione ampliata e aggiornata. Cimitile, 2005.
Ebanista C.- Cancelli e pilastrini marmorei tardoantichi dal santuario martiriale di Cimitile in Martiri, santi, patroni: per una archeologia della devozione. Atti del X convegno Nazionale di Archeologia Cristiana, a cura di Coscarella A., De Santis P. Rossano, 2012.
Karol D.- I sepolcreti paleocristiani e l'aula soprastante le tombe dei Santi Felice e Paolino a Cimitile/Nola- Marigliano, 1988.
Lehmann T. - Lo sviluppo del complesso archeologico a Cimitile- Boreas 13, 1990.
Paolino di Nola - Epistulae, a cura di G. Hartel- 1894.
Testini P. -Cimitile: l'antichità cristiana in L'art dans l'Italie meridionale. Aggiornamento all'opera di Emile Bertaux, IV, Roma 1978.

martedì 16 agosto 2016

L'antico borgo di Galeria. Una realtà sospesa tra storia e leggenda



Campanile della chiesa di S. Nicola


 "La pittoresca desolazione delle sue strade, semicoperte di vegetazione e
dei suoi edifici sgretolati, lo rende uno dei luoghi più belli da visitare
per quanti amano gli angoli isolati nelle vicinanze di Roma."

Thomas Ashby


   Correva l'anno 1806, quando gli abitanti del piccolo borgo di Galeria, pochi chilometri a nord di Roma, stremati da un ennesimo evento disastroso, quale la piena del fiume Arrone che compromise i mulini e di conseguenza la produzione di pane, raccogliendo in fretta i propri beni più cari, abbandonavano definitivamente le loro dimore, trasferendosi in un'area poco distante che avrebbe preso il nome di Santa Maria di Galeria Nuova.



Fin qui, questo episodio sembrerebbe non presentare alcun aneddoto avvincente, se non si tenesse conto che l'allontanamento della popolazione s'inseriva in un periodo di crisi e decadimento iniziato già a partire dal XVIII sec. e che a cicli alterni tornava ad investire Galeria con rinnovata intensità. Probabilmente dovuto a periodiche recrudescenze di epidemie malariche, il suo declino fu accompagnato dalla diffusione di un esteso sentimento di insicurezza  tra gli abitanti, testimoni di morti improvvise e per loro inspiegabili. Un'insicurezza che forse assunse i caratteri del terrore se li spinse a scappare senza neppure procurare degna sepoltura ai propri defunti.
Un'aura sinistra iniziò ad aleggiare sull'antica Galeria, caduta nel più totale abbandono, dove col passar del tempo, i resti delle sue chiese, dei suoi edifici pubblici e delle case vennero invasi da una vegetazione che sostituì i tetti con rami fronduti e dove i tronchi si fusero alle pareti delle case.



Per le sue origini, riconducibili ad un passato in cui spesso si fondono storia e leggende, sono state avanzate diverse ipotesi: alcuni sostengono che le sue radici vadano ricercate in uno stanziamento etrusco di cui sarebbero state rinvenute in loco sepolture ed iscrizioni; altri invece abbracciano l'idea di una fondazione dovuta ai Galerii, popolo non meglio identificato, che avrebbe dato il nome all'insediamento.
Al di là delle ipotesi sulla sua nascita, è innegabile che Galeria abbia partecipato delle vicende dell'Agro romano nell'epoca romana e ancor più durante il medioevo.
Distrutta durante le incursioni saracene che si abbatterono sull'area nel IX sec., subì nel corso dei secoli un processo di fortificazione sfruttando la conformazione naturale del sito posto su di uno zoccolo di lava leucitica, affacciato sul fiume Arrone.
Dominio delle più potenti famiglie del Lazio -e non solo- che si alternarono nel suo possesso, (appartenne agli Orsini, dal XIII-XIV sec. al 1620, anno in cui passò agli Odescalchi ed infine alla famiglia marchigiana dei Manciforte), il borgo fu più volte oggetto di assedi. Coinvolto in un conflitto che l'opponeva agli orvietani, ne subiva un saccheggio nel 1321, in cui fu  privata dei suoi marmi, impiegati poi per la costruzione del duomo di Orvieto.
Nei secoli seguenti, in un panorama politico turbolento e costellato di continue ed efferate lotte per il potere, Galeria tornò ad essere oggetto d'attacchi a cui, a volte riusciva ad opporsi, come quando, nel 1485, riuscì a resistere all'assedio in cui la tenevano i Caetani ed i Colonna.

Oggi Galeria si presenta come un luogo dove storia e natura si fondono in un unicum inscindibile.




Raggiungere l'antico borgo è un'impresa tutt'altro che facile, poiché, sebbene dal 1999 sia stata istituita come area naturale protetta, percorrendo via Santa Maria di Galeria su cui si apre l'accesso, nessuna segnaletica ne indica la presenza. Provenendo dalla località Osteria Nuova e seguendo per circa due chilometri la strada di Santa Maria di Galeria, sulla destra appare un anonimo cancello chiuso con due passaggi pedonali laterali quasi nascosti dalle sterpaglie. Superato il cancello, si apre un sentiero di campagna, ad uso pedonale, al cui termine, dopo poco più di un chilometro, s'inizierà a scorgere i resti dell'abitato. Una vecchia stradina, a tratti divelta, ma non per questo meno suggestiva, condurrà il visitatore, passate le antiche porte, all'interno dell'antica Galeria.









 Ciò che resta della vita di questa comunità, delle strade e degli edifici di questo sito è a tratti solo intuibile, le tracce del suo passato sopravvivono in connubio con lecci, pioppi, ontani che contribuiscono al fascino unico che questo luogo offre. Interessante per coloro che sono alla ricerca delle tracce di un passato avvincente, per coloro desiderosi di trascorrere del tempo immersi nella natura, o semplicemente di quanti giungono fin qui attratti dalla romantica storia dell'immancabile fantasma, presenza obbligatoria per i luoghi che esercitino un'attrattiva vagamente misteriosa, il sito avvolge il visitatore in un'atmosfera unica.
Fra i resti meglio osservabili dell'antico abitato spicca sicuramente il campanile superstite della perduta chiesa di San Nicola che appare, per la prima volta, in un documento datato 1026. Difficile leggere fra i resti di questa struttura le tracce del suo passato remoto e ciò non solo per lo stato in cui versa  ma anche per i numerosi interventi di cui fu oggetto durante i secoli di vita del borgo.







Purtroppo il degrado e la totale assenza di manutenzione che regna in questo sito, contribuisce a renderlo una meta da visitare con estrema cautela ed opportunamente equipaggiati, sia per i concreti rischi di crolli delle strutture superstiti, non poste in sicurezza e dei cedimenti del suolo, caratterizzato da numerose cavità sotterrane, sia per la mancanza di un opportuno sistema di sorveglianza...


Bibliografia
AA.VV.- Atlante dei Beni Culturali delle Aree Naturali Protette di RomaNatura- 2010.
De Rossi G.M.- Torri e castelli medievali della campagna romana- 1969.
Esposito D.- Tecniche costruttive murarie medievali. Murature a "tufelli" in area romana- Roma, 1998.
Tomassetti G.- La campagna romana- vol. III. Roma, 1975-1977.
Turano A.- Galeria dei Manciforte. Storia dell'estinzione di una città- Roma, 1991.

mercoledì 13 luglio 2016

Il Castello di Avio. Il maniero dei Castelbarco

   




   Lungo la strada del Brennero, nel tratto che attraversa la val Logarina, segnata dal corso del fiume Adige, sorge la bianca mole imponete del castello di Avio. Innalzato alle pendici del monte Vignola, il suo mastio, circondato dai monti e cinto da olivi e vigneti, attrae, come un magnete, lo sguardo di quanti percorrono il tragitto tra Veneto e Trentino-Alto Adige.
E’ verosimile ritenere che qui esistesse un sito, sommariamente fortificato, già in epoca preromana, ma le origini della sua costruzione, nelle forme che ebbe durante il medioevo, sono purtroppo sconosciute. Citato per la prima volta in un documento del 1053, dove si racconta che il monaco bavarese Gotschak soggiornò nel “Castellum Ava” di ritorno da Verona, dove si era recato per prelevare le reliquie di Sant’Anastasia, non esistono però fonti che raccontino del periodo in cui fu edificato ne chi ne fu il committente.

La sua storia nel tempo è legata indissolubilmente alla famiglia dei Castelbarco, vassalli del vescovo di Trento, condottieri e personaggi di spicco nello scacchiere politico fra i territori del Veneto e del Trentino, nel  corso del medioevo e che detennero ininterrottamente il dominio sul castello dal XIII al XV secolo. Fra le sue mura trovarono ospitalità personaggi quali Carlo di Boemia, Carlo V, il Gattamelata e secondo alcuni anche Dante Alighieri.
Entrati in possesso del castello di Avio probabilmente intorno al Duecento, i Castelbarco si dedicarono nel tempo sia ad ampliare i sistemi difesivi della fortificazione sia ad arricchire con raffinati apparati decorativi le ali interne del castello. Fra gli esponenti più illustri della famiglia va sicuramente ricordato Guglielmo di Castelbarco, ultimo figlio di Azzone.                                                                                        
Nel ‘300, Guglielmo fu ambasciatore presso gli Scaligeri, signori di Verona, alla cui corte poté probabilmente apprezzare quei fasti che cercherà di riproporre anche nelle sale del suo castello di Avio, dimora principale della famiglia. A testimone del ricco apparato decorativo allestito all'interno del maniero, restano le tracce degli affreschi che ancor oggi si conservano all'interno dei suoi ambienti.
Nel mastio, dalla forma ovoidale, sulle pareti della cosiddetta camera d’Amore, si conservano scene d’amor cortese risalenti al XIV sec. Sulle perimetro della sala, decorata con un finto tendaggio, si dispiegano i personaggi della storia qui narrata.
Ai lati di una delle finestre, un Cupido, armato di arco e frecce a cavallo di un destriero lanciato al galoppo, è intento a scoccare i suoi dardi: dei suoi colpi resta vittima un cavaliere vestito di verde, che vacilla cadendo colpito dalla freccia mentre, al contrario, una dama vestita d’amaranto, che tiene fra le braccia un placido cagnolino, seraficamente schiva il colpo. 


Camera d'Amore


Camera d'Amore


Volgendo lo sguardo nella camera, attraverso uno spiraglio aperto fra le finte tende, i due amanti, avvinghiati in un tenero abbraccio sembrano scambiarsi un doloroso saluto forse dovuto all'imminente separazione dei due.


Camera d'Amore


In origine, lungo la parete, correva una fascia a lettere gotiche, di cui resta ben poco, in cui s'inseriva l’iscrizione relativa alla narrazione delle scene rappresentate.

Nella stanza sud-ovest dell’ala del palazzo baronale l’amor cortese torna ad essere il tema della decorazione superstite conservata su una delle pareti. La sala, prossima alla cappella di San Michele, era in origine completamente decorata con un motivo geometrico di patere e poliboli, all’interno di uno dei quali, una coppia d’amanti appare teneramente abbracciata.


Sala del palazzo baronale- Coppia di amanti


Cappella di San Michele- Affreschi


Le storie d’amor cortese, tema molto in voga nelle decorazioni dei castelli tra il Tre e il Quattrocento, non rappresentano però l’unico soggetto presente ad Avio. 
Non bisogna infatti dimenticare che il castello fu oggetto, nel corso dei secoli, di assedi e battaglie, scontri e ed incursioni. Le rimembranze di tali eventi trovano spazio sulle pareti della Torre delle Guardie. Al suo interno vengono rappresentate le varie fasi dell’addestramento di un cavaliere, le strategie dell’arte bellica, la cui conoscenza potrà condurlo alla vittoria. Sulla parete orientale della “Stanza dei soldati” l’artista chiamato a decorare l'ambiente ebbe il compito di rappresentare una scena d’assedio allo stesso castello, qui realizzato secondo un modello schematico ma comunque riconoscibile sia dai corpi di fabbrica che dalla merlatura che lo cinge. 

Torre delle Guardie- L'assedio al castello di Avio

I guerrieri dei Castelbarco, riconoscibili dagli stemmi apposti sugli scudi -  il leone rampante in campo rosso- appaiono coraggiosamente schierati a contrastare l’avanzata dei nemici. L’estrema cura che il pittore impiegò nel realizzare le armi e le armature dei belligeranti ha permesso agli esperti di datare questo ciclo intorno alla seconda metà del XIV sec.


Torre delle Guardie

Torre delle Guardie

Torre delle Guardie
All’interno del castello veniva amministrata anche la giustizia che i Castelbarco esercitavano sull’area e di conseguenza la fortezza oltre luogo di svago o di battaglie rappresentava anche lo scenario in cui si consumavano le torture e le esecuzioni capitali. Dalla cosiddetta Torre Picarda venivano impiccati i condannati, i cui cadaveri venivano lasciati sospesi per giorni, a monito degli abitanti della valle, basti ricordare che la torre veniva ancora utilizzata a tal scopo ancora nel ‘700 quando vi fu rinchiusa Maria Bertolotti Toldini, accusata di stregoneria. All’interno della Torre delle Guardie esiste però una sala decorata secondo motivi romboidali di color ocra, rosso e verde, all’interno di alcuni dei quali è ancora oggi possibile scorgere alcune lettere in stile gotico: una leggenda racconta che se il condannato a morte, quivi condotto bendato, fosse riuscito a formare una frase di senso compiuto toccando tali riquadri avrebbe avuto salva la vita.


Torre delle Guardie- Riquadri con lettere gotiche


Nel 1411 il castello passò sotto il dominio di Venezia e da allora visse secoli di declino fino al 1910, anno in cui la Casa d’Austria, stimato il valore degli affreschi, l’acquisì allo stato. Ma era destino che il maniero tornasse ai Castelbarco, nel 1937, dopo diversi secoli, Emanuele Castelbarco Pindemonte Rezzonico riacquistò il sito che nel 1977 fu donato dalla figlia Emanuela al FAI che ne cura la conservazione ed il restauro
Attualmente il sito è visitabile nelle aree aperte al pubblico.
L’ ingresso è gratuito per gli iscritti al FAI.


Particolare della decorazione scultorea del castello di Avio


Bibliografia
A. Amadori- Il Castello di Sabbionara d’Avio nella storia, nell’arte, nella leggenda- Avio, 1980.
R. Bazzoni- Il Castello di Sabbionara d’Avio- 1988.
L. Dal Prà, E. Chini, M, Botteri Ottaviani (a cura di)- Le vie del Gotico. Il Trentino fra Trecento e Quattrocento- Trento 2002.
E. Castelnuovo (a cura di)- Castellum Ava- Trento 1987.
E.Napione, M. Peghini- Una dinastia allo specchio: il mecenatismo dei Castelbarco nel territorio di Avio e nella città di Verona- 2005.

martedì 21 giugno 2016

Santa Maria Antiqua. Il medioevo custodito nel Foro







"Sanctea Dei Genetricis senperque Birgo Maria qui appellatur antiqua"
(inscrizione dedicatoria nella cappella di Teodoto)


   I Fori costituiscono uno dei monumenti romani indubbiamente più conosciuti al mondo. Stretti fra l'Anfiteatro Flavio ed il Vittoriano, rappresentano quasi una tappa obbligata per milioni di turisti frettolosi e distratti che ogni anno visitano l'Urbe, desiderosi di passeggiare lungo la Via Sacra, affacciarsi dal Palatino o scattare qualche foto fra i resti della casa delle Vestali, tracce della magnificenza dell'impero Romano.
L'area dei Fori però non rappresenta solo l'espressione dei grandi fasti imperiali, ne tanto meno cessò di essere frequentata  del tutto alla caduta dei cesari o al dilagare delle invasioni barbariche, tra fasi altalenanti, ha continuato a rappresentare, durante i secoli, un centro di aggregazione per i romani nonché simbolo, mai obliato, del potere.
Qui, già nell'alto medioevo, gli antichi templi pagani, le strutture dei superstiti edifici di uso civile, trovarono nuova utilità nel programma di cristianizzazione dell'area che dal VI sec. d.C. si protrasse fino all' XI:  la Curia Senatus fu trasformata nella chiesa di Sant' Adriano, SS. Cosma e Damiano sorsero nel perimetro del Templum Pacis, Santa Maria in Cannapara (o in Foro) trovò locazione all'interno della basilica Giulia, per citare solo alcuni casi.
Fra questi la chiesa di Santa Maria Antiqua e l' Oratorio dei XL Martiri.
Aperti al pubblico dopo un restauro durato ben quindici anni, sarà possibile visitarli, e seguire il percorso della mostra ad essi dedicati, fino all' 11 settembre 2016.
Inserita negli ambienti che in origine componevano l'ampliamento della domus tiberiana, dovuto dall'imperatore Caligola, cui seguirono ulteriori interventi in epoca domizianea, l'area si ritrova fin dall'inizio in una posizione centrale, di collegamento tra il palazzo palatino ed il Foro.
Alcuni studiosi ritengono che qui sia da identificare la zona in cui sorgeva il tempio dedicato al divo Augusto e l'annessa biblioteca, ma di quanto realizzato da Caligola non v'è più traccia  a seguito dei devastanti incendi del 64 e dell'80 d.C che distrussero l'area.
Sotto l'imperatore Domiziano si registrano nuovi interventi, tra cui l'installazione di una rampa, oggi visitabile e percorribile, che collegava il palazzo imperiale alla sede della biblioteca, poi trasformato nell'atrio della chiesa di Santa Maria Antiqua.
La trasformazione in luogo di culto cristiano avvenne probabilmente sotto il regno di Giustino II (565-578). Dal VI sec. in poi gli spazi inerenti la chiesa hanno vissuto continui interventi decorativi, riconducibili a diversi stili e momenti storici e che hanno contribuito a creare un ambiente dalla decorazione poliedrica quale quella che si offre oggi al visitatore. Le fasi decorative che si sono succedute nei secoli, sovrapponendosi e stratificandosi, hanno contribuito a  creare all'interno della chiesa un apparato pittorico che accavalla stili di matrice ellenistica a momenti di alta pittura d'ispirazione bizantina.
Abbandonata a causa del terremoto dell'847 e successivamente interrata, Santa Maria Antiqua venne riscoperta, in modo fortuito, il 24 maggio del 1702 da Andrea Bianchi che preso in affitto un appezzamento di terreno in quest'area, rinvenne il presbiterio con i suoi affreschi. A causa dell'impossibilità di procedere ad uno scavo sistematico e ai conseguenti restauri, la chiesa venne però rinterrata ritornando all'oblio fino al 1900, anno in cui l'archeologo Giacomo Boni ne riscoprì i resti.
La visita ha inizio dal vasto atrio che continuò ad essere frequentato anche dopo l'847 e nel cui perimetro s'insediò una comunità di monaci che , tra il X ed XI sec. lo trasformò in quella che probabilmente fu la chiesa di San Antonio.
Sulle sue pareti sono conservate alcune tracce di resti pittorici, immagini a carattere prevalentemente votivo, riconducibili a differenti epoche, come il busto di San Abbaciro, santo medico, recante gli strumenti da chirurgo e risalente all'età di papa Paolo I (757-767).


Atrio. Nicchia con immagine di S. Abbaciro

Varcata la soglia della chiesa ci si ritrova in un edificio a tre navate, arioso ed imponente,  un contesto peculiare, ricco di apparati decorativi e di storia. 
Davanti la parete palinsesto dell'abside è esposta l' Imago Antiqua, elemento centrale della mostra. Già in Santa Maria Antiqua, l'icona venne spostata nella chiesa di Santa Maria la Nova successivamente all'abbandono dell'antica sede a seguito del terremoto, per volere di papa Leone IV. Dopo 1165 anni di assenza l'immagine è esposta nella sua dimora originaria.


Interno di Santa Maria Antiqua

Le tracce pittoriche conservate nel vano della navata centrale sono purtroppo frammentarie e solo per circoscritte sezioni è possibile leggere le storie di cui sono veicolo. Fra le scene meglio conservate spiccano il riquadro di  Solomone e i Meccabei e la rappresentazione di Santa Barbara, sul registro inferiore del pilastro destro dell'arco trionfale.


Solomone e i Maccabei

Santa Barbara

I mosaici, provenienti dal perduto oratorio che il pontefice Giovanni VII (705-707) edificò sul lato settentrionale dell'antica basilica di San Pietro, allestiti nella navata destra, introducono il visitatore al programma decorativo che questo papa promosse all'interno di Santa Maria Antiqua. 


Mosaico di Cristo all'ingresso a Gerusalemme

Mosaico con La lavanda del Bambino

I cantieri giovannei investirono la decorazione di tutta la chiesa.
I pittori ingaggiati dal pontefice si trovarono spesso a dover dipingere su aree già precedentemente affrescate, per rispondere al programma iconografico voluto dal papa. 
Nella cappella dei santi Anargyroi, ovvero dei santi medici, Giovanni VII scelse un programma iconografico che celebrasse il valore cristiano del loro operato, concentrando in questo vano un alto numero di figure, oggi in parte perdute.


Cappella dei Santi Medici (particolare della parete ovest)

Dalla cappella dei santi medici si accede al presbiterio, dove, si dispiegano i resti di quella che doveva essere una decorazione complessa e sviluppata su più registri. Se nella calotta absidale si conserva l'impronta di un Cristo e altre tracce, è però sulle pareti laterali che riemergono i resti di alcune scene dai tratti più nitidi che permettono di comprendere la stratificazione delle diverse decorazioni susseguitesi negli anni.
A destra dell'abside, è ancora osservabile  una Theotokos, la Madonna in trono con il Bambino, risalente alla prima metà del VI sec., riccamente abbigliata e circondata da quelli che in origine dovevano essere due angeli nell'atto di recarle corone di fiori. 
Osservando il riquadro ci si rende conto che sulla superficie compaiono figure estranee alla prima scena e che invece sono riconducibili a successivi interventi, come l'angelo dell'Annunciazione, in piedi, a destra, databile alla fine del VI sec. o ancora il santo con aureola, il cui volto compare alle spalle della Vergine, identificato con Gregorio Naziazieno e risalente all'intervento di Giovanni VII. 


Parete palinsesto absidale 

La mostra allestita all'interno della chiesa si prefigge, per la natura stessa del sito, l'obiettivo di presentare al pubblico la realtà degli sviluppi accorsi nei secoli. Lo scopo appare pienamente raggiunto nella cappella di Teodoto.  
Theodotus, alto dignitario della corte papale, commissionò una decorazione sotto il papato di Zaccaria (741-752) per quella che doveva probabilmente rivestire il ruolo di cappella funeraria della sua famiglia. Una nicchia ospita la Crocefissione, al di sotto della quale un immagine mutila della Vergine assisa in trono riceve l'omaggio del committente e dei suoi familiari, mentre sulle pareti laterali si svolgono le storie dei martiri Quirico e Giulitta.

Cappella di Teodoto. Crocefissione


Cappella di Teodoto. Particolare con il donatore

Con lo scopo di mostrare il vano così come doveva apparire ai tempi della sua realizzazione, grazie a videoinstallazioni ed un impianto di luci, è possibile fare un salto indietro nel tempo ed apprezzare la complessità della decorazione, che si componeva in origine di un apparato di rivestimento marmoreo policromo.


Cappella di Teodoto. Ricostruzione dell'apparato decorativo

Usciti dalla cappella, ci si ritrova nella navata sinistra sulla cui parete Cristo, circondato da una teoria di numerosi santi, è il soggetto del registro inferiore, che si snoda quasi per  tutta la lunghezza della parete, mentre il registro superiore è dedicato alle storie vetero-testamentarie di committenza giovannea, ritmate in riquadri a bande nere che incorniciano i singoli episodi.


Parete della navata sinistra. Cristo e Santi


Parete della navata sinistra (registro superiore). Storie di Giuseppe (part.)


L' Oratorio dei XL Martiri, a pochi passi dall'ingresso di Santa Maria Antiqua, conclude il tour fra i reperti medievali oggetto della mostra. Sulle pareti del vano rivive la storia del martirio a cui furono condannati i quaranta ufficiali della Legio XII Fulminata, vittime della persecuzione contro i cristiani promossa da Licinio Valerio nel 320. I quaranta militari rifiutarono di abiurare al proprio credo venendo così condannati alla morte per immersione in un lago gelato presso la città di Sebastia. Sull'abside viene ricostruita la scena del supplizio, dove i quaranta uomini attendono la morte, mentre sulla parete sinistra, sebbene in un stato conservativo lacunoso, i martiri vengono rappresentati con toga ed aureola, assunti al trionfo dei giusti.


Abside. Supplizio dei XL Martiri (part.)

Parete sinistra. I XL Martiri

Visitare quest'angolo dei Fori, percorrere questi luoghi dove s'incontrano  epoche e civiltà rappresenta un'esperienza carica di suggestioni di cui gli appassionati d'arte, e non solo, non possono fare a meno, per avere la possibilità di osservare questi monumenti con una consapevolezza ed occhi diversi...



Il Foro dall' atrio di Santa Maria Antiqua


Bibliografia
M. Andaloro- La pittura medievale a Roma 312-1431. Atlante. Percorsi visivi, I. Milano 2006.
M. Andaloro, G. Bordi, G. Morganti (a cura di) - Santa Maria Antiqua tra Roma e Bisanzio- Electa, 2016.
J.R.Brandt, J. Osborne, G. Morganti (a cura di) - Santa Maria Antiqua al Foro Romano cento anni dopo. Atti del colloquio internazionale (Roma 5-6 maggio 2000), Roma, 2004.
G. Cantino Wataghin- Ut haec aedes Christo Domino in ecclesia consecretur. Il riuso cristiano di edifici antichi tra tarda antichità a alto medioevo, in Ideologie e pratiche del reimpiego nell'alto medioevo, XLVI Settimana di Studio della Fondazione del Centro Italiano di Studi sull' Alto Medioevo (Spoleto 16-21 aprile 1998), Spoleto 1999.