martedì 16 agosto 2016

L'antico borgo di Galeria. Una realtà sospesa tra storia e leggenda



Campanile della chiesa di S. Nicola


 "La pittoresca desolazione delle sue strade, semicoperte di vegetazione e
dei suoi edifici sgretolati, lo rende uno dei luoghi più belli da visitare
per quanti amano gli angoli isolati nelle vicinanze di Roma."

Thomas Ashby


   Correva l'anno 1806, quando gli abitanti del piccolo borgo di Galeria, pochi chilometri a nord di Roma, stremati da un ennesimo evento disastroso, quale la piena del fiume Arrone che compromise i mulini e di conseguenza la produzione di pane, raccogliendo in fretta i propri beni più cari, abbandonavano definitivamente le loro dimore, trasferendosi in un'area poco distante che avrebbe preso il nome di Santa Maria di Galeria Nuova.



Fin qui, questo episodio sembrerebbe non presentare alcun aneddoto avvincente, se non si tenesse conto che l'allontanamento della popolazione s'inseriva in un periodo di crisi e decadimento iniziato già a partire dal XVIII sec. e che a cicli alterni tornava ad investire Galeria con rinnovata intensità. Probabilmente dovuto a periodiche recrudescenze di epidemie malariche, il suo declino fu accompagnato dalla diffusione di un esteso sentimento di insicurezza  tra gli abitanti, testimoni di morti improvvise e per loro inspiegabili. Un'insicurezza che forse assunse i caratteri del terrore se li spinse a scappare senza neppure procurare degna sepoltura ai propri defunti.
Un'aura sinistra iniziò ad aleggiare sull'antica Galeria, caduta nel più totale abbandono, dove col passar del tempo, i resti delle sue chiese, dei suoi edifici pubblici e delle case vennero invasi da una vegetazione che sostituì i tetti con rami fronduti e dove i tronchi si fusero alle pareti delle case.



Per le sue origini, riconducibili ad un passato in cui spesso si fondono storia e leggende, sono state avanzate diverse ipotesi: alcuni sostengono che le sue radici vadano ricercate in uno stanziamento etrusco di cui sarebbero state rinvenute in loco sepolture ed iscrizioni; altri invece abbracciano l'idea di una fondazione dovuta ai Galerii, popolo non meglio identificato, che avrebbe dato il nome all'insediamento.
Al di là delle ipotesi sulla sua nascita, è innegabile che Galeria abbia partecipato delle vicende dell'Agro romano nell'epoca romana e ancor più durante il medioevo.
Distrutta durante le incursioni saracene che si abbatterono sull'area nel IX sec., subì nel corso dei secoli un processo di fortificazione sfruttando la conformazione naturale del sito posto su di uno zoccolo di lava leucitica, affacciato sul fiume Arrone.
Dominio delle più potenti famiglie del Lazio -e non solo- che si alternarono nel suo possesso, (appartenne agli Orsini, dal XIII-XIV sec. al 1620, anno in cui passò agli Odescalchi ed infine alla famiglia marchigiana dei Manciforte), il borgo fu più volte oggetto di assedi. Coinvolto in un conflitto che l'opponeva agli orvietani, ne subiva un saccheggio nel 1321, in cui fu  privata dei suoi marmi, impiegati poi per la costruzione del duomo di Orvieto.
Nei secoli seguenti, in un panorama politico turbolento e costellato di continue ed efferate lotte per il potere, Galeria tornò ad essere oggetto d'attacchi a cui, a volte riusciva ad opporsi, come quando, nel 1485, riuscì a resistere all'assedio in cui la tenevano i Caetani ed i Colonna.

Oggi Galeria si presenta come un luogo dove storia e natura si fondono in un unicum inscindibile.




Raggiungere l'antico borgo è un'impresa tutt'altro che facile, poiché, sebbene dal 1999 sia stata istituita come area naturale protetta, percorrendo via Santa Maria di Galeria su cui si apre l'accesso, nessuna segnaletica ne indica la presenza. Provenendo dalla località Osteria Nuova e seguendo per circa due chilometri la strada di Santa Maria di Galeria, sulla destra appare un anonimo cancello chiuso con due passaggi pedonali laterali quasi nascosti dalle sterpaglie. Superato il cancello, si apre un sentiero di campagna, ad uso pedonale, al cui termine, dopo poco più di un chilometro, s'inizierà a scorgere i resti dell'abitato. Una vecchia stradina, a tratti divelta, ma non per questo meno suggestiva, condurrà il visitatore, passate le antiche porte, all'interno dell'antica Galeria.









 Ciò che resta della vita di questa comunità, delle strade e degli edifici di questo sito è a tratti solo intuibile, le tracce del suo passato sopravvivono in connubio con lecci, pioppi, ontani che contribuiscono al fascino unico che questo luogo offre. Interessante per coloro che sono alla ricerca delle tracce di un passato avvincente, per coloro desiderosi di trascorrere del tempo immersi nella natura, o semplicemente di quanti giungono fin qui attratti dalla romantica storia dell'immancabile fantasma, presenza obbligatoria per i luoghi che esercitino un'attrattiva vagamente misteriosa, il sito avvolge il visitatore in un'atmosfera unica.
Fra i resti meglio osservabili dell'antico abitato spicca sicuramente il campanile superstite della perduta chiesa di San Nicola che appare, per la prima volta, in un documento datato 1026. Difficile leggere fra i resti di questa struttura le tracce del suo passato remoto e ciò non solo per lo stato in cui versa  ma anche per i numerosi interventi di cui fu oggetto durante i secoli di vita del borgo.







Purtroppo il degrado e la totale assenza di manutenzione che regna in questo sito, contribuisce a renderlo una meta da visitare con estrema cautela ed opportunamente equipaggiati, sia per i concreti rischi di crolli delle strutture superstiti, non poste in sicurezza e dei cedimenti del suolo, caratterizzato da numerose cavità sotterrane, sia per la mancanza di un opportuno sistema di sorveglianza...


Bibliografia
AA.VV.- Atlante dei Beni Culturali delle Aree Naturali Protette di RomaNatura- 2010.
De Rossi G.M.- Torri e castelli medievali della campagna romana- 1969.
Esposito D.- Tecniche costruttive murarie medievali. Murature a "tufelli" in area romana- Roma, 1998.
Tomassetti G.- La campagna romana- vol. III. Roma, 1975-1977.
Turano A.- Galeria dei Manciforte. Storia dell'estinzione di una città- Roma, 1991.

mercoledì 13 luglio 2016

Il Castello di Avio. Il maniero dei Castelbarco

   




   Lungo la strada del Brennero, nel tratto che attraversa la val Logarina, segnata dal corso del fiume Adige, sorge la bianca mole imponete del castello di Avio. Innalzato alle pendici del monte Vignola, il suo mastio, circondato dai monti e cinto da olivi e vigneti, attrae, come un magnete, lo sguardo di quanti percorrono il tragitto tra Veneto e Trentino-Alto Adige.
E’ verosimile ritenere che qui esistesse un sito, sommariamente fortificato, già in epoca preromana, ma le origini della sua costruzione, nelle forme che ebbe durante il medioevo, sono purtroppo sconosciute. Citato per la prima volta in un documento del 1053, dove si racconta che il monaco bavarese Gotschak soggiornò nel “Castellum Ava” di ritorno da Verona, dove si era recato per prelevare le reliquie di Sant’Anastasia, non esistono però fonti che raccontino del periodo in cui fu edificato ne chi ne fu il committente.

La sua storia nel tempo è legata indissolubilmente alla famiglia dei Castelbarco, vassalli del vescovo di Trento, condottieri e personaggi di spicco nello scacchiere politico fra i territori del Veneto e del Trentino, nel  corso del medioevo e che detennero ininterrottamente il dominio sul castello dal XIII al XV secolo. Fra le sue mura trovarono ospitalità personaggi quali Carlo di Boemia, Carlo V, il Gattamelata e secondo alcuni anche Dante Alighieri.
Entrati in possesso del castello di Avio probabilmente intorno al Duecento, i Castelbarco si dedicarono nel tempo sia ad ampliare i sistemi difesivi della fortificazione sia ad arricchire con raffinati apparati decorativi le ali interne del castello. Fra gli esponenti più illustri della famiglia va sicuramente ricordato Guglielmo di Castelbarco, ultimo figlio di Azzone.                                                                                        
Nel ‘300, Guglielmo fu ambasciatore presso gli Scaligeri, signori di Verona, alla cui corte poté probabilmente apprezzare quei fasti che cercherà di riproporre anche nelle sale del suo castello di Avio, dimora principale della famiglia. A testimone del ricco apparato decorativo allestito all'interno del maniero, restano le tracce degli affreschi che ancor oggi si conservano all'interno dei suoi ambienti.
Nel mastio, dalla forma ovoidale, sulle pareti della cosiddetta camera d’Amore, si conservano scene d’amor cortese risalenti al XIV sec. Sulle perimetro della sala, decorata con un finto tendaggio, si dispiegano i personaggi della storia qui narrata.
Ai lati di una delle finestre, un Cupido, armato di arco e frecce a cavallo di un destriero lanciato al galoppo, è intento a scoccare i suoi dardi: dei suoi colpi resta vittima un cavaliere vestito di verde, che vacilla cadendo colpito dalla freccia mentre, al contrario, una dama vestita d’amaranto, che tiene fra le braccia un placido cagnolino, seraficamente schiva il colpo. 


Camera d'Amore


Camera d'Amore


Volgendo lo sguardo nella camera, attraverso uno spiraglio aperto fra le finte tende, i due amanti, avvinghiati in un tenero abbraccio sembrano scambiarsi un doloroso saluto forse dovuto all'imminente separazione dei due.


Camera d'Amore


In origine, lungo la parete, correva una fascia a lettere gotiche, di cui resta ben poco, in cui s'inseriva l’iscrizione relativa alla narrazione delle scene rappresentate.

Nella stanza sud-ovest dell’ala del palazzo baronale l’amor cortese torna ad essere il tema della decorazione superstite conservata su una delle pareti. La sala, prossima alla cappella di San Michele, era in origine completamente decorata con un motivo geometrico di patere e poliboli, all’interno di uno dei quali, una coppia d’amanti appare teneramente abbracciata.


Sala del palazzo baronale- Coppia di amanti


Cappella di San Michele- Affreschi


Le storie d’amor cortese, tema molto in voga nelle decorazioni dei castelli tra il Tre e il Quattrocento, non rappresentano però l’unico soggetto presente ad Avio. 
Non bisogna infatti dimenticare che il castello fu oggetto, nel corso dei secoli, di assedi e battaglie, scontri e ed incursioni. Le rimembranze di tali eventi trovano spazio sulle pareti della Torre delle Guardie. Al suo interno vengono rappresentate le varie fasi dell’addestramento di un cavaliere, le strategie dell’arte bellica, la cui conoscenza potrà condurlo alla vittoria. Sulla parete orientale della “Stanza dei soldati” l’artista chiamato a decorare l'ambiente ebbe il compito di rappresentare una scena d’assedio allo stesso castello, qui realizzato secondo un modello schematico ma comunque riconoscibile sia dai corpi di fabbrica che dalla merlatura che lo cinge. 

Torre delle Guardie- L'assedio al castello di Avio

I guerrieri dei Castelbarco, riconoscibili dagli stemmi apposti sugli scudi -  il leone rampante in campo rosso- appaiono coraggiosamente schierati a contrastare l’avanzata dei nemici. L’estrema cura che il pittore impiegò nel realizzare le armi e le armature dei belligeranti ha permesso agli esperti di datare questo ciclo intorno alla seconda metà del XIV sec.


Torre delle Guardie

Torre delle Guardie

Torre delle Guardie
All’interno del castello veniva amministrata anche la giustizia che i Castelbarco esercitavano sull’area e di conseguenza la fortezza oltre luogo di svago o di battaglie rappresentava anche lo scenario in cui si consumavano le torture e le esecuzioni capitali. Dalla cosiddetta Torre Picarda venivano impiccati i condannati, i cui cadaveri venivano lasciati sospesi per giorni, a monito degli abitanti della valle, basti ricordare che la torre veniva ancora utilizzata a tal scopo ancora nel ‘700 quando vi fu rinchiusa Maria Bertolotti Toldini, accusata di stregoneria. All’interno della Torre delle Guardie esiste però una sala decorata secondo motivi romboidali di color ocra, rosso e verde, all’interno di alcuni dei quali è ancora oggi possibile scorgere alcune lettere in stile gotico: una leggenda racconta che se il condannato a morte, quivi condotto bendato, fosse riuscito a formare una frase di senso compiuto toccando tali riquadri avrebbe avuto salva la vita.


Torre delle Guardie- Riquadri con lettere gotiche


Nel 1411 il castello passò sotto il dominio di Venezia e da allora visse secoli di declino fino al 1910, anno in cui la Casa d’Austria, stimato il valore degli affreschi, l’acquisì allo stato. Ma era destino che il maniero tornasse ai Castelbarco, nel 1937, dopo diversi secoli, Emanuele Castelbarco Pindemonte Rezzonico riacquistò il sito che nel 1977 fu donato dalla figlia Emanuela al FAI che ne cura la conservazione ed il restauro
Attualmente il sito è visitabile nelle aree aperte al pubblico.
L’ ingresso è gratuito per gli iscritti al FAI.


Particolare della decorazione scultorea del castello di Avio


Bibliografia
A. Amadori- Il Castello di Sabbionara d’Avio nella storia, nell’arte, nella leggenda- Avio, 1980.
R. Bazzoni- Il Castello di Sabbionara d’Avio- 1988.
L. Dal Prà, E. Chini, M, Botteri Ottaviani (a cura di)- Le vie del Gotico. Il Trentino fra Trecento e Quattrocento- Trento 2002.
E. Castelnuovo (a cura di)- Castellum Ava- Trento 1987.
E.Napione, M. Peghini- Una dinastia allo specchio: il mecenatismo dei Castelbarco nel territorio di Avio e nella città di Verona- 2005.

martedì 21 giugno 2016

Santa Maria Antiqua. Il medioevo custodito nel Foro







"Sanctea Dei Genetricis senperque Birgo Maria qui appellatur antiqua"
(inscrizione dedicatoria nella cappella di Teodoto)


   I Fori costituiscono uno dei monumenti romani indubbiamente più conosciuti al mondo. Stretti fra l'Anfiteatro Flavio ed il Vittoriano, rappresentano quasi una tappa obbligata per milioni di turisti frettolosi e distratti che ogni anno visitano l'Urbe, desiderosi di passeggiare lungo la Via Sacra, affacciarsi dal Palatino o scattare qualche foto fra i resti della casa delle Vestali, tracce della magnificenza dell'impero Romano.
L'area dei Fori però non rappresenta solo l'espressione dei grandi fasti imperiali, ne tanto meno cessò di essere frequentata  del tutto alla caduta dei cesari o al dilagare delle invasioni barbariche, tra fasi altalenanti, ha continuato a rappresentare, durante i secoli, un centro di aggregazione per i romani nonché simbolo, mai obliato, del potere.
Qui, già nell'alto medioevo, gli antichi templi pagani, le strutture dei superstiti edifici di uso civile, trovarono nuova utilità nel programma di cristianizzazione dell'area che dal VI sec. d.C. si protrasse fino all' XI:  la Curia Senatus fu trasformata nella chiesa di Sant' Adriano, SS. Cosma e Damiano sorsero nel perimetro del Templum Pacis, Santa Maria in Cannapara (o in Foro) trovò locazione all'interno della basilica Giulia, per citare solo alcuni casi.
Fra questi la chiesa di Santa Maria Antiqua e l' Oratorio dei XL Martiri.
Aperti al pubblico dopo un restauro durato ben quindici anni, sarà possibile visitarli, e seguire il percorso della mostra ad essi dedicati, fino all' 11 settembre 2016.
Inserita negli ambienti che in origine componevano l'ampliamento della domus tiberiana, dovuto dall'imperatore Caligola, cui seguirono ulteriori interventi in epoca domizianea, l'area si ritrova fin dall'inizio in una posizione centrale, di collegamento tra il palazzo palatino ed il Foro.
Alcuni studiosi ritengono che qui sia da identificare la zona in cui sorgeva il tempio dedicato al divo Augusto e l'annessa biblioteca, ma di quanto realizzato da Caligola non v'è più traccia  a seguito dei devastanti incendi del 64 e dell'80 d.C che distrussero l'area.
Sotto l'imperatore Domiziano si registrano nuovi interventi, tra cui l'installazione di una rampa, oggi visitabile e percorribile, che collegava il palazzo imperiale alla sede della biblioteca, poi trasformato nell'atrio della chiesa di Santa Maria Antiqua.
La trasformazione in luogo di culto cristiano avvenne probabilmente sotto il regno di Giustino II (565-578). Dal VI sec. in poi gli spazi inerenti la chiesa hanno vissuto continui interventi decorativi, riconducibili a diversi stili e momenti storici e che hanno contribuito a creare un ambiente dalla decorazione poliedrica quale quella che si offre oggi al visitatore. Le fasi decorative che si sono succedute nei secoli, sovrapponendosi e stratificandosi, hanno contribuito a  creare all'interno della chiesa un apparato pittorico che accavalla stili di matrice ellenistica a momenti di alta pittura d'ispirazione bizantina.
Abbandonata a causa del terremoto dell'847 e successivamente interrata, Santa Maria Antiqua venne riscoperta, in modo fortuito, il 24 maggio del 1702 da Andrea Bianchi che preso in affitto un appezzamento di terreno in quest'area, rinvenne il presbiterio con i suoi affreschi. A causa dell'impossibilità di procedere ad uno scavo sistematico e ai conseguenti restauri, la chiesa venne però rinterrata ritornando all'oblio fino al 1900, anno in cui l'archeologo Giacomo Boni ne riscoprì i resti.
La visita ha inizio dal vasto atrio che continuò ad essere frequentato anche dopo l'847 e nel cui perimetro s'insediò una comunità di monaci che , tra il X ed XI sec. lo trasformò in quella che probabilmente fu la chiesa di San Antonio.
Sulle sue pareti sono conservate alcune tracce di resti pittorici, immagini a carattere prevalentemente votivo, riconducibili a differenti epoche, come il busto di San Abbaciro, santo medico, recante gli strumenti da chirurgo e risalente all'età di papa Paolo I (757-767).


Atrio. Nicchia con immagine di S. Abbaciro

Varcata la soglia della chiesa ci si ritrova in un edificio a tre navate, arioso ed imponente,  un contesto peculiare, ricco di apparati decorativi e di storia. 
Davanti la parete palinsesto dell'abside è esposta l' Imago Antiqua, elemento centrale della mostra. Già in Santa Maria Antiqua, l'icona venne spostata nella chiesa di Santa Maria la Nova successivamente all'abbandono dell'antica sede a seguito del terremoto, per volere di papa Leone IV. Dopo 1165 anni di assenza l'immagine è esposta nella sua dimora originaria.


Interno di Santa Maria Antiqua

Le tracce pittoriche conservate nel vano della navata centrale sono purtroppo frammentarie e solo per circoscritte sezioni è possibile leggere le storie di cui sono veicolo. Fra le scene meglio conservate spiccano il riquadro di  Solomone e i Meccabei e la rappresentazione di Santa Barbara, sul registro inferiore del pilastro destro dell'arco trionfale.


Solomone e i Maccabei

Santa Barbara

I mosaici, provenienti dal perduto oratorio che il pontefice Giovanni VII (705-707) edificò sul lato settentrionale dell'antica basilica di San Pietro, allestiti nella navata destra, introducono il visitatore al programma decorativo che questo papa promosse all'interno di Santa Maria Antiqua. 


Mosaico di Cristo all'ingresso a Gerusalemme

Mosaico con La lavanda del Bambino

I cantieri giovannei investirono la decorazione di tutta la chiesa.
I pittori ingaggiati dal pontefice si trovarono spesso a dover dipingere su aree già precedentemente affrescate, per rispondere al programma iconografico voluto dal papa. 
Nella cappella dei santi Anargyroi, ovvero dei santi medici, Giovanni VII scelse un programma iconografico che celebrasse il valore cristiano del loro operato, concentrando in questo vano un alto numero di figure, oggi in parte perdute.


Cappella dei Santi Medici (particolare della parete ovest)

Dalla cappella dei santi medici si accede al presbiterio, dove, si dispiegano i resti di quella che doveva essere una decorazione complessa e sviluppata su più registri. Se nella calotta absidale si conserva l'impronta di un Cristo e altre tracce, è però sulle pareti laterali che riemergono i resti di alcune scene dai tratti più nitidi che permettono di comprendere la stratificazione delle diverse decorazioni susseguitesi negli anni.
A destra dell'abside, è ancora osservabile  una Theotokos, la Madonna in trono con il Bambino, risalente alla prima metà del VI sec., riccamente abbigliata e circondata da quelli che in origine dovevano essere due angeli nell'atto di recarle corone di fiori. 
Osservando il riquadro ci si rende conto che sulla superficie compaiono figure estranee alla prima scena e che invece sono riconducibili a successivi interventi, come l'angelo dell'Annunciazione, in piedi, a destra, databile alla fine del VI sec. o ancora il santo con aureola, il cui volto compare alle spalle della Vergine, identificato con Gregorio Naziazieno e risalente all'intervento di Giovanni VII. 


Parete palinsesto absidale 

La mostra allestita all'interno della chiesa si prefigge, per la natura stessa del sito, l'obiettivo di presentare al pubblico la realtà degli sviluppi accorsi nei secoli. Lo scopo appare pienamente raggiunto nella cappella di Teodoto.  
Theodotus, alto dignitario della corte papale, commissionò una decorazione sotto il papato di Zaccaria (741-752) per quella che doveva probabilmente rivestire il ruolo di cappella funeraria della sua famiglia. Una nicchia ospita la Crocefissione, al di sotto della quale un immagine mutila della Vergine assisa in trono riceve l'omaggio del committente e dei suoi familiari, mentre sulle pareti laterali si svolgono le storie dei martiri Quirico e Giulitta.

Cappella di Teodoto. Crocefissione


Cappella di Teodoto. Particolare con il donatore

Con lo scopo di mostrare il vano così come doveva apparire ai tempi della sua realizzazione, grazie a videoinstallazioni ed un impianto di luci, è possibile fare un salto indietro nel tempo ed apprezzare la complessità della decorazione, che si componeva in origine di un apparato di rivestimento marmoreo policromo.


Cappella di Teodoto. Ricostruzione dell'apparato decorativo

Usciti dalla cappella, ci si ritrova nella navata sinistra sulla cui parete Cristo, circondato da una teoria di numerosi santi, è il soggetto del registro inferiore, che si snoda quasi per  tutta la lunghezza della parete, mentre il registro superiore è dedicato alle storie vetero-testamentarie di committenza giovannea, ritmate in riquadri a bande nere che incorniciano i singoli episodi.


Parete della navata sinistra. Cristo e Santi


Parete della navata sinistra (registro superiore). Storie di Giuseppe (part.)


L' Oratorio dei XL Martiri, a pochi passi dall'ingresso di Santa Maria Antiqua, conclude il tour fra i reperti medievali oggetto della mostra. Sulle pareti del vano rivive la storia del martirio a cui furono condannati i quaranta ufficiali della Legio XII Fulminata, vittime della persecuzione contro i cristiani promossa da Licinio Valerio nel 320. I quaranta militari rifiutarono di abiurare al proprio credo venendo così condannati alla morte per immersione in un lago gelato presso la città di Sebastia. Sull'abside viene ricostruita la scena del supplizio, dove i quaranta uomini attendono la morte, mentre sulla parete sinistra, sebbene in un stato conservativo lacunoso, i martiri vengono rappresentati con toga ed aureola, assunti al trionfo dei giusti.


Abside. Supplizio dei XL Martiri (part.)

Parete sinistra. I XL Martiri

Visitare quest'angolo dei Fori, percorrere questi luoghi dove s'incontrano  epoche e civiltà rappresenta un'esperienza carica di suggestioni di cui gli appassionati d'arte, e non solo, non possono fare a meno, per avere la possibilità di osservare questi monumenti con una consapevolezza ed occhi diversi...



Il Foro dall' atrio di Santa Maria Antiqua


Bibliografia
M. Andaloro- La pittura medievale a Roma 312-1431. Atlante. Percorsi visivi, I. Milano 2006.
M. Andaloro, G. Bordi, G. Morganti (a cura di) - Santa Maria Antiqua tra Roma e Bisanzio- Electa, 2016.
J.R.Brandt, J. Osborne, G. Morganti (a cura di) - Santa Maria Antiqua al Foro Romano cento anni dopo. Atti del colloquio internazionale (Roma 5-6 maggio 2000), Roma, 2004.
G. Cantino Wataghin- Ut haec aedes Christo Domino in ecclesia consecretur. Il riuso cristiano di edifici antichi tra tarda antichità a alto medioevo, in Ideologie e pratiche del reimpiego nell'alto medioevo, XLVI Settimana di Studio della Fondazione del Centro Italiano di Studi sull' Alto Medioevo (Spoleto 16-21 aprile 1998), Spoleto 1999.



venerdì 20 maggio 2016

Ceri. Gli affreschi medievali nella chiesa dell'Immacolata Concezione




 

   Percorrendo la via Aurelia, l'antica strada consolare, tracciata a partire dal III sec. a.C. allo scopo di collegare Roma a Cerveteri, è difficile non pensare agli antichi etruschi e alle testimonianze archeologiche di cui è ricca l'area.
Lungo il suo percorso, però, si ha la possibilità di scoprire luoghi le cui storie, pur affondando le radici in un passato remoto ed affascinante, si snodano attraverso i secoli con i loro bagagli carichi di eventi e leggende.
E' lungo questo cammino, a pochi chilometri da Cerveteri, che s'incontra il bivio che conduce a Ceri, borgo medievale arroccato su uno scenografico sperone tufaceo che guarda verso la valle Sanguinara.
Sorto come piccolo insediamento etrusco dipendente da Cerveteri (Caere vetus), la storia di Ceri è legata a doppio filo alla sua più nota vicina. Nell' XI sec., infatti, a causa della diffusione della malaria e delle scorribande saracene, per i cerveterani si rese necessario un trasferimento in un sito più salubre e strategicamente difendibile: la scelta cadde su questa piccola altura, già sede di un precedente stanziamento, a cui fu dato il nome di Caere nova, l'attuale Ceri.
Una targa marmorea, posta sulla porta dell'ingresso al borgo, ricorda l'avvicendarsi delle famiglie nobili che si alternarono nei secoli alla guida del sito, in un susseguirsi tra Normanni, Bonaventura di Trastevere, Orsini d'Anguillara, Cesi, Borromeo e Serra, per concludersi con l'acquisto effettuata da Alessandro Torlonia nel 1883.
 
 
Arco d'ingresso al borgo di Ceri

Particolare della targa sull'arco d'ingresso apposta da Alessandro Torlonia
                         
Addentrandosi per le stradine di questo piccolo borgo è possibile scoprire le tracce del suo passato attraverso gli stemmi delle famiglie che qui ebbero il proprio dominio, il suo castello, riammodernato nel XIX sec. da Alessandro Torlonia arricchito di un giardino panoramico e la chiesa dell'Immacolata Concezione.
Il santuario, posto nel punto più alto del borgo, rappresenta uno dei luoghi più interessanti di Ceri, sia dal punto di vista storico, sia per un'eccezionale e inaspettata scoperta compiuta al suo interno in occasione di lavori di consolidamento resisi necessari negli anni settanta.
Edificato probabilmente intorno all'XI sec., forse per soddisfare le esigenze di culto della comunità qui trasferitasi da Cerveteri, l'edificio, secondo alcuni poteva essere inizialmente intitolato al papa martire Felice II, il cui martirio si sarebbe consumato fra la via Aurelia e la Portuense nel IV sec. e di cui sono qui conservate le reliquie custodite in un ciborio risalente al 1484.
Le vicende  di cui Ceri fu protagonista, suo malgrado, costituiscono uno degli elementi che hanno contribuito a preservare un tassello importante della sua storia rappresentati dagli affreschi medievali riemersi in maniera fortuita sulla parete destra della navata centrale della chiesa dell'Immacolata.
 
 
Facciata della chiesa dell' Immacolata Concezione
 
Correva l'anno 1503 quando Ceri, allora dominio degli Orsini, subiva un assedio, durato più di un mese, ad opera di Cesare Borgia, che sottoponendo il borgo a violenti e devastanti bombardamenti contribuiva alla sua quasi totale distruzione, che non risparmiò il santuario in cui si riportarono gravi danni strutturali con il completo danneggiamento della parete sinistra della navata centrale. Ricostruita dopo l'assedio seguendo un orientamento stilistico rinascimentale, a cui seguirono altri interventi nel corso dei secoli, le tracce del primitivo impianto medievale sembravano ormai perdute, fino a quando nel corso di interventi di restauro avvenuti nel XX sec., furono riportato alla luce affreschi,  realizzati probabilmente tra il 1100 ed il 1130 su commissione del vescovo di Ostia, Pietro da Porto, e nascosti per centinaia di anni da un muro di 50 cm di spessore anteposto all'originale parete destra.
 
 
Interno della navata centrale con particolare
della pavimentazione medievale

Sui quattro registri sovrapposti, che snodandosi dall'abside arrivano fino alla parete di controfacciata, è possibile leggere, a partire dal livello superiore, le storie della Genesi, che sviluppandosi in 16 riquadri, incorniciati da raffinate fasce decorative a motivi vegetali stilizzati di color porpora, accompagnano l'osservatore  dal momento della Creazione, passando attraverso la cacciata dall'Eden,  l'Arca di Noè e le storie di Giuseppe e Mosè, il tutto reso con una particolare cura per i dettegli scenografici ed architettonici oltre ad  un' attenta realizzazione ravvisabile finanche nella resa dei  ricchi tessuti che ammantano alcuni dei personaggi eminenti.  
 
 
Affreschi sulla parete destra della navata
 
 
Secondo registro. Giuseppe gettato nella cisterna dai fratelli

 
Secondo registro. Scena di Giuseppe e la moglie di Putifarre
                           
Al di sotto dei due registri veterotestamentari, ai lati delle arcate che aprono sulla navata secondaria, quattro scene di santi richiamano ad una tradizione iconografica che rimanda non solo alla vicina Roma ma anche all'affermazione di culti e leggende provenienti da terre remote.
Nei pressi dell'abside, la rappresentazione di San Giorgio nell'atto di uccidere il drago richiama un culto inizialmente seguito in Oriente, di cui restano remote tracce in Cappadocia e Georgia e che solo nel VII sec. trova menzione a Roma. Mostrato sul cavallo al galoppo, nell'istante in cui colpisce il drago- parzialmente mutilo- questa di Ceri si presenta come una delle prime riproduzioni conosciute in Italia del santo guerriero, insieme alla scena riprodotta nella lunetta di San Giorgio in Vigoleno risalente al 1130 circa.
 
 
Terzo registro. San Giorgio che uccide il drago
 
A questo riquadro segue una scena in cui sono rappresentati cinque santi. Accanto a San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista, anche qui compaiono santi estranei al contesto locale quali San Nicola di Myra, il cui culto era particolarmente vivo in Oriente, e i due santi d'oltralpe , San Martino di Tour e San Leonardo da Noblac.
 
 
Terzo registro. S. Nicola di Myra, S.Giovanni Evangelista, S.Giovanni Battista,
S.Martino di Tours, S. Leonardo di Noblac
 
Gli ultimi due pilastri, sono decorati con le scene più interessanti del terzo registro. La crocefissione di San Andrea, oggi mutila per l'assenza del personaggio principale, precede l'episodio della sconfitta del drago da parte di San Silvestro. Il racconto riporta alla piena tradizione romana e alle leggende sulla vita del santo. Presentato nell'atto di affrontare e sconfiggere un drago- simbolo del male- che con i suoi vapori pestilenziali era apportatore di morte fra i cittadini romani, papa Silvestro si erge quale campione della cristianità e simbolo di quel potere che discende direttamente da Cristo attraverso i santi  Pietro e Paolo e quale tramite per svelare la mistificazione dei culti pagani, qui rappresentati dai sacerdoti dei templi romani sconfitti dalla vera fede.
 
 
Papa Silvestro nell'atto di uccidere il drago
 
A conclusione della decorazione di questa parete, nella parte inferiore, si conservano ancora tre scene, direttamente ricollegabili ai corrispondenti riquadri soprastanti. La loro qualità pittorica si discosta dagli episodi superiori, ma non per questo appaiono meno interessanti. Una scena di cucina, dove un cuoco è impegnato nella preparazione di piatti a base di carne, fa da pendant al gruppo di cinque santi, quasi a contrapporre il concetto di Eucarestia, sottolineato dall'Agnello fra le braccia di San Giovanni Battista, al perseguimento di tentazioni materiali, qui simboleggiati dalla carne di maiale.
 
 
Zoccolo inferiore. Scena di cucina
 
Una lotta fra demoni che si contendono un uomo è l'immagine che appare al di sotto della crocefissione di San Andrea. Sebbene molto deteriorata, la scena richiamerebbe per antitesi al trionfo del santo sulla morte a cui invece soggiace l'uomo torturato, identificato come il proconsole Egeate, individuo violento e schiavo delle sue passioni, responsabile della crocefissione di San Andrea.
 
 
Zoccolo inferiore. Lotta fra demoni

Una chimera, realizzata al di sotto della scena di San Silvestro chiude la decorazione dello zoccolo, ulteriore richiamo alla lotta contro il male identificato dalla mitica bestia.
Osservando l'estensione della decorazione superstite di Ceri, di cui restano labili tracce anche sulla parete absidale e sulla controfacciata, è facile supporre che in origine gli interni fossero completamente affrescati, inserendosi in un panorama artistico che avvicina la piccola chiesa ceretana ai più noti cantieri romani quali la chiesa inferiore di San Clemente, ad essa vicina per stile pittorico,  al perduto ciclo veterotestamentario di San Paolo fuori le mura, con cui condivideva scelte e riferimenti iconografici e narrativi, ed ancora con le decorazioni di San Pietro in Tuscania e di San Giovanni a Porta Latina. Un episodio quindi pienamente inserito nel quadro della riforma gregoriana, con il suo recupero di simboli e il ribadire, attraverso gli schemi narrativi, il primato della cristianità su qualsiasi altro culto.
Oggi la chiesa è visitabile ed al suo interno si ha la possibilità di ammirare sia gli affreschi medievali sia di scoprire le altre ricchezze qui custodite e le storie ad essa legate, accompagnati dai volontari del M.A.S.C.I.  nella scoperta di questo piccolo tesoro.

Targa con lo stemma della famiglia Torlonia apposta
sul muro di uno degli edificio del borgo



Bibliografia
Meli B.- Ceri, chiesa dell'Immacolata Concezione o di S. Felice II Papa- in "Storia dell'arte", 1982, 44, pp.11-13.
Matthiae G.- Pittura romana nel medioevo. 2: Secc. XI-XIV- Fratelli Palombi, 1988.
Parlato E., Romano S.- Roma e Lazio: il romanico - Editoriale Jaca Book, 2001.
Toubert H.- Un'arte orientata. Riforma gregoriana e iconografia- Jaka Book, 2001.
Zchomelidse N. M.- Santa Maria Immacolata in Ceri- Archivio Guido Izzi, 1996.