lunedì 9 ottobre 2017

Castel Pandone. La passione di un uomo d'arme









In mezzo ad un fitto bosco, 
un castello dava rifugio a quanti la notte
aveva sorpreso in viaggio: 
cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti.
Passai per un ponte levatoio sconnesso...

Italo Calvino


   Alle falde del monte Santa Croce, sorge la cittadina di Venafro, crocevia fra le regioni dell'Abruzzo, Lazio, Campania e Puglia. Porta del Molise per chi vi giunge da occidente, questa località ha rivestito sin dalle età remote un'indiscutibile importanza strategica, la cui conquista poteva determinare il controllo su tracciati viari di fondamentale importanza per il dominio sulle aree meridionali.
Sulla parte alta dell'abitato si profila la sagoma del castello Pandone, rocca che domina il centro storico della cittadina molisana. Il castello che è sopravvissuto fino ai nostri giorni rappresenta il frutto di mutamenti e stratificazioni verificatisi durante i secoli, promossi dai diversi signori che ne ebbero il dominio lungo il percorso della sua lunga storia. Se l'acquedotto romano, le domus ed i templi rimandano ai contatti con Roma è con l'affermazione del potere longobardo nell'area che iniziano a tracciarsi i profili della vicenda del castello. La vicinanza di Venafro con il Ducato di Benevento ne determinò l'inserimento nel circuito dei possedimenti longobardi: già nel 667, Romualdo VI, duca di Benevento, riconosceva signore dei territori tra Isernia, Bojano e Sepino, Altzek, dando così luogo ad un iniziale sistema di natura feudale. Intorno al 954, Pandolfo I Capodiferro nominò il conte Paldefrid gastaldo di Venafro, che sotto i suoi successori assurgerà alla dignità di contea. Con l'affermazione del potere longobardo sulle terre del Molise, il territorio di Venafro si trovò a intrattenere rapporti anche con l'abbazia di Montecassino e con la limitrofa abbazia di San Vincenzo al Volturno, centro monastico di grande vivacità artistica durante tutto il periodo longobardo e non solo.
Signore di una terra di notevole importanza amministrativa e militare, Paldefrid avviò la costruzione di un primo impianto fortificato, costituito da un edificio a pianta quadrata nella parte alta dell'abitato, intorno cui andarono poi sviluppandosi strutture accessorie di natura difensiva.
Con l'affermazione del dominio normanno, Venafro andò a comporre con Isernia, Bojano e Campobasso il Comitatus Molisii che venne annesso al Regno di Napoli nel 1143.
Durante la dominazione normanna, il castello di Venafro subì un attacco ad opera del consigliere imperiale Bertoldo di Kunigsberg, legato imperiale di Enrico VI, che il 12 novembre 1192 assaltò e conquistò il castello lasciandolo al saccheggio delle sue truppe. Attaccato ancora il 23 giugno 1201 da Gualtiero di Brienne che pose a ferro e fuoco l'intero abitato, di cui era allora signore Marcovaldo di Annweiler, la conservazione della fortezza fu ancora messa a rischio nell'anno 1222, quando l'imperatore Federico II ne stabiliva la dismissione a favore di altre rocche. Il castello riuscì a sottrarsi alla volontà dell'imperatore ma circa un secolo dopo, nel 1349, un violento sisma ne danneggiò gravemente la struttura, riabilitata successivamente con l'edificazione di tre torri a pianta circolare. 




Nel gioco degli avvicendamenti dinastici, di cui il sud della penisola fu scenario tra XV e XVI sec., si inserisce la famiglia Pandone: Francesco, primo membro a legare il proprio nome a Venafro, inizialmente sostenitore del partito filo-angioino, poi tra le fila aragonesi, ne ricevette il contado, dominio detenuto dal casato fino al 1528.
La figura che però più delle altre ha contribuito a lasciare il tratto indelebile dei Pandone sul castello e su Venafro fu quella di Enrico. Condottiero, uomo di corte, Enrico fu un grande appassionato di cavalli, di cui avviò un allevamento nelle scuderie del Rione Palazzotto da cui uscirono alcuni dei più magnifici esemplari che andarono ad arricchire le scuderie dei nobili napoletani e dell'imperatore Carlo V. Nel 1521 Enrico avviò un'intensa attività di ripristino della struttura fortificata, restaurando completamente la torre medievale, trasformandola nei suoi appartamenti residenziali e disponendo il programma della decorazione pittorica del piano nobile arricchito con i ritratti, a grandezza naturale, dei migliori cavalli dei suoi allevamenti.
L'anonimato avvolge ancora la bottega che venne chiamata a realizzare tale opera, anche se non è improbabile supporre che la sua provenienza vada ricercata nell'ambito degli artisti napoletani.
I pittori che lavorarono fra queste sale eseguirono dei ritratti a grandezza naturale, utilizzando la tecnica dell'affresco steso su uno strato a rilievo -stiacciato- tale da ispirare un senso di tridimensionalità nell'osservatore.
Ogni cavallo è riprodotto secondo le sue caratteristiche peculiari con selle e raffinati finimenti, oltre ad essere accompagnato da una breve descrizione che ricorda l'acquirente a cui venne venduto.
Fra i molti esemplari, il cui ritratto è ancora qui conservato, si ricorda quello destinato all'imperatore Carlo V e quello donato ad Annibale Pignatelli nel 1523.


Loliardo cotugnio favorito che
de questa taglia re
tratto de naturale de quattro in
cinque anni a di XX de
giugno MDXXIIII
Donato alo S Aniballo Pignatello
gentilhomo neapolitano che
lo a portato alla corte
del mese de magio
MDXXIIII



Mandato alo S, Aniballo
Caracciolo gentilhomo
neapolitano del mese
de marzo MDXXIIII
Particolare della sella

La consuetudine di far realizzare tali decorazioni non era priva di precedenti all'epoca di Enrico Pandone: già i Gonzaga, nella propria residenza di Mantova, avevano fatto realizzare una sorta di galleria equina sulle pareti delle sale, al fine non solo di celebrare i propri allevamenti ma anche, indirettamente, quegli ideali cavallereschi e guerrieri che ancora persistevano nella mentalità dell'epoca. A Venafro i ritratti, realizzati su fondo neutro, con un disegno preparatorio realizzato a carboncino, sono volti alla totale celebrazione delle qualità dell'animale, dalla lucidità del suo manto alla vivacità del suo sguardo, il tutto completato da bardature dal gusto estremamente raffinato che rimandano ad un artigianato di settore ricercato ed elegante.
La fortuna di Enrico era destinata a spegnersi di lì a pochi anni:  durante la guerra che vide contrapporsi l'imperatore Carlo V e Francesco I di Francia, il Pandone, da sempre fra le fila del partito imperiale, scese in campo a favore dei francesi in occasione della calata verso il Regno di Napoli di Odet de Foix, visconte di Lautrec, che avrebbe dovuto porre sotto assedio e conquistare la capitale.
Sconfitto l'esercito francese, la sorte di Enrico Pandone subì l'inevitabile precipitare degli eventi e sebbene trovasse rifugio presso il castello di Venafro, qui venne raggiunto dalle truppe imperiali nel 1528 e condotto a Napoli dove fu decapitato dinnanzi Castelnuovo.

Alla morte di Enrico Pandone, il castello di Venafro divenne proprietà di diverse famiglie aristocratiche del meridione quali i Lannoy, i Colonna, i Peretti-Savelli. Durante gli anni che videro avvicendarsi diversi proprietari, il castello andò subendo trasformazioni ed interventi decorativi.
Nella sala grande del piano nobile, dove si conservano ancora tracce dei ritratti equini, i Lannoy fecero realizzare, nella metà del '500, un ciclo di cui restano i due registri: in quello inferiore festoni vegetali sono intervallati da mascheroni e diversi esemplari d'uccelli, mentre in quello superiore si susseguono scene di caccia.














Alle committenze Pandone e Lannoy sono addebitabili le tracce più interessanti dal punto di vista della decorazione conservatasi nel castello di Venafro, a cui, nel corso del settecento, andranno ad aggiungersi gli ornamenti del teatrino e di alcuni ambienti.




Oggi Castel Pandone ospita nelle sale del secondo piano il Museo Nazionale del Molise, dove sono state raccolte testimonianze artistiche non solo locali ma anche opere che dichiarano i rapporti che intercorsero tra il Molise ed il Regno di Napoli.
Molti dei pezzi qui esposti provengono da chiese locali e contribuiscono a tracciare il percorso della storia dell'arte di questa regione: tra gli elementi più antichi compare un affresco proveniente dalla chiesa di San Michele Arcangelo di Roccaravindola, raffigurante San Bartolomeo e San Michele, opera di un anonimo pittore, attivo in Molise intorno alla seconda metà del XIII sec.
Nella medesima sala, spicca per impatto scenico il polittico in alabastro raffigurante la Passione di Cristo, realizzato durante il XV sec. da una bottega di Nottingham e proveniente dalla chiesa della SS. Annunziata di Venafro. Formata da nove formelle superstiti, in sette di queste si ripercorrono i momenti salienti della Passione, articolata in scene drammaticamente affollate, dove l'immagine del Cristo occupa sempre la parte centrale della composizione. Realizzata in ambito inglese, è probabile che il polittico abbia raggiunto Venafro da Napoli, dove vi è conservato un esemplare presso il Museo di Capodimonte.


Affresco. San Bartolomeo e San Michele Arcangelo


Passione di Cristo

Passione di Cristo (part.)
Proseguendo lungo le sale si ha modo di osservare opere realizzate dai più illustri pittori del panorama artistico napoletano quali Andrea Vaccaro, Francesco Solimena, Gioacchino Martorana e Francesco De Rosa, le cui opere, provenienti dal Museo Nazionale di Capodimonte, offrono la possibilità di immergersi nella più alta produzione artistica meridionale del seicento.


Andrea Vaccaro "Santa Cecilia con viola"

Andrea Vaccaro "Santa Cecilia alla spinetta"

Francesco De Rosa "Cristo cade sotto la Croce"

Castel Pandone è quindi oggi un museo nel museo, un opportunità concreta che viene offerta per la rivalutazione di un territorio troppo spesso dimenticato, con una storia che è parte integrante delle vicende e dello sviluppo del meridione d'Italia, non solo in termini amministrativi ma ancor di più culturali...


La cittadina di Venafro vista da Castel Pandone

Informazioni

Venafro è un comune in provincia di Isernia, nella regione del Molise, dista 160 km da Roma e 105 km da Napoli.
Castel Pandone si trova in via delle Tre Cappelle (Venafro) ed è aperto tutti i giorni dalle 09:00 alle 19:00, tranne il lunedì. Il costo del biglietto d'ingresso è di 4 Euro e vi è la possibilità di acquistare un biglietto integrativo che consente l'accesso anche al vicino Museo Archeologico.


Bibliografia
AA.VV.- Ricerche sul patrimonio architettonico in Abruzzo e in Molise: Terre Murate- Roma, 2008.
V. Di Cera, A. Di Niro, I. Marchetta, C. Peretto- Musei in Molise. Museo Sannitico, Palazzo Pistilli, Castello di Capua, Civitacampomarano, Paleolitico Isernia, Archeologico Venafro, Castello Pandone, Abbazia San Vincenzo- 2015.
M. Fratarcangeli (a cura di)- Dal cavallo alle scuderie. Visioni iconografiche e architettoniche- Frascati, 2014.
F. Marazzi- Ultimi longobardi. La contea di Venafro e il suo territorio tra Montecassino, San Vincenzo al Volturno e i normanni (950-1100) in Ricerca come incontro. Archeologi, paleografi e storici per Paolo Delogu a cura di G.Barone, A.Esposito, C. Frova- Roma, 2013.
G. Morra, F. Valente- Il Castello di Venafro: storia, arte, architettura- Campobasso, 2000.
G. Rocco- Castelli e borghi murati della Contea di Molise (sec. X-XIV)- 2009.



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