domenica 17 aprile 2016

Il monastero ritrovato. San Magno a Fondi








   "Dal momento che egli cresceva con molte virtù, gli fu donata la libertà dal suo signore, e nel luogo chiamato Fondi egli costruì un monastero e divenne padre di duecento monaci."

Gregorio Magno          
 
 
Ai piedi del monte Arcano, lì dove sgorgano le acque del fiume Licola, in uno dei luoghi più ricchi di storia all'interno del Parco Naturale dei Monti Aurunci, sorge l'ex monastero di San Magno.
In questo luogo, dove regna la tranquillità ed il silenzio, si riscopre la storia del martire Magno, vissuto tra il II ed il III secolo d.C., vescovo di Trani. Raggiunti questi luoghi nella sua azione di evangelizzazione, San Magno subì qui il martirio nel 252, durante il periodo di repressione cristiana promosso dall'imperatore Messio Quinto Traiano Decio. Violenta fu la persecuzione in questa terra, il cui numero elevato di uccisioni - le fonti parlano di 2597 cristiani trucidati- contribuì ad indicare questa zona come Valle dei Martiri.
Papa Gregorio Magno ricorda nei suoi "Dialoghi" la fondazione del primo cenobio avvenuta in quest'area intorno al 542, ad opera di Onorato, figlio di un colono del patrizio Venanzio, che vi realizzò una chiesa dove si serbasse memoria del santo martire a cui si riconoscevano miracoli ed atti prodigiosi.
 
Nel corso dei secoli, l'importanza del sito di osservanza benedettina, andò ampliandosi: privilegi papali, diplomi imperiali, atti di donazione appaiono solo come alcune delle testimonianze del rilievo assunto dal monastero nel panorama del basso Lazio, peso che portò, nel 986, Mansone, abate di San Magno alla guida dell'abbazia di Montecassino.
Nel 1071, il console di Fondi, Gerardo ne sancì il passaggio di tutela all'abbazia cassinese, stabilendo così la sua perdita d'autonomia ed aggiungendolo ai possedimenti della casa madre ricordati sulle porte bronzee di Montecassino.
Sul finire del XV sec. il monastero passò all'ordine degli olivetani suscitando l'interesse di Prospero Colonna, conte di Fondi che intorno al 1500 avviò il rifacimento del luogo secondo canoni stilistici rinascimentali, portando a compimento la fabbrica della chiesa superiore, dedicata in origine a San Magno.
 
 
Chiesa superiore. Monastero di San Magno
 
A partire dal XVII secolo per il monastero s'aprì un periodo di decadenza, culminato nella soppressione degli ordini monastici, sancita nel 1807 da Giuseppe Bonaparte.
Nel 1999, la Regione Lazio di concerto con l'Ente Regionale dei Monti Aurunci e l'Arcidiocesi di Gaeta hanno dato il via ad un'azione d'indagine archeologica e recupero del sito.
Tra il 2006 ed il 2009 varie campagne di scavo hanno contribuito a mettere in luce aspetti della storia di questo luogo attraverso reperti e scoperte che dall'epoca romana ne attestano la continua frequentazione fino al medioevo: sostruzioni edilizie e ceramiche romane, iscrizioni marmoree e sepolcreti di epoca paleocristiana sono solo alcuni dei ritrovamenti effettuati in loco.
 
La scoperta più interessante è costituita, però, dal rinvenimento di un vano absidale  e di uno dei transetti laterali inerenti la vecchia chiesa medievale. Probabilmente murati in occasione dei rifacimenti patrocinati da Prospero Colonna, i due ambienti ospitano due cicli pittorici che gli studiosi datano tra la fine dell' XI ed il XII secolo.
 
 
Abside della chiesa medievale
 
 
Della decorazione absidale si conserva solo parte del registro inferiore con clipei di giovani santi e vescovi sotto cui l'artista realizzò un finto velario. Nella sezione sottostante compaiono inoltre i resti di una precedente decorazione di cui s'intuiscono le zampe di animali feroci che sembrano impegnati in una lotta.
 
Decorazione absidale con santi
 

Tracce della precedente decorazione absidale
 
 
La vita di San benedetto è  il tema della decorazione del braccio superstite del transetto.
Se del registro superiore si conservano purtroppo scene frammentarie, rese mutili probabilmente in occasione della realizzazione della chiesa superiore, sui registri ad esso inferiori è possibile osservare alcune scene in discreto stato conservativo.
 
 
Resti degli affreschi del registro superiore del transetto
 
 
Osservando da sinistra a destra si avrà modo di notare l'episodio in cui San Benedetto, seduto su uno scranno gemmato, benedice il calice avvelenato offertogli dai monaci di Vicovaro sullo sfondo di una loggia ad arcate. Spostandosi sulla parete settentrionale, si conserva la scena in cui Mauro e Placido, figli di Tertulliano e Fozio, vengono presentati al santo. Sulla parete est, anche qui incorniciati da una loggia, avviene l'incontro tra san Benedetto e Santa Scolastica, scena affiancata dal riquadro in cui è descritta la morte del santo di Norcia.
Clipei con immagini di venerandi santi monaci ed un velario nel registro inferiore completano la decorazione pittorica di quest'ambiente.
 

Tertulliano e Fozio presentano i propri figli a San Benedetto
San Benedetto benedice il calice avvelenato
 
Incontro tra San Benedetto e Santa Scolastica e morte di San Benedetto

La visita al monastero di San Magno rappresenta non solo l'occasione di apprezzare un sito dalla storia millenaria e per giunta poco frequentato, la sua relativa distanza dal centro storico cittadino e la localizzazione in un'area decentrata rendono questo luogo una meta per coloro che cercano una pausa dalle tensioni quotidiane nel tentativo di rigenerare il proprio equilibrio interiore e spirituale.
 
 
Bibliografia
AA.VV.- Fondi e il suo territorio. Studi. Istituto Geografico De Agostini, 1991.
AA.VV.- Riapertura della abbazia di San Magno, Fondi, 23 luglio 2007- HornetMultimedia, 2007.
Cassieri N., Fiocchi Nicolai V. (a cura di)- Il Monastero di San Magno- Edizioni TORED, 2013.
Simonetti M. (a cura di) - Gregorio Magno-Storia di santi e diavoli. Dialoghi.- ( a cura di M.)- Fondazione Lorenzo Valla/Arnoldo Mondadori Editore, 2005.
Sotis G.- Cenno istorico della città di Fondi- 1838.
 
 
 
 


 
 
 
 
 
 


giovedì 7 aprile 2016

La casina Vanvitelliana: la perla del Fusaro

  


 
 
    "Perciò insistetti a farmi portare su quella stessa attraente spiaggia, che s'incurva tra Cuma e la villa di Servilio Vatia ed è chiusa come uno stretto sentiero dal mare da una parte, dal lago dall'altra." 
                                                                                                   Lucio Anneo Seneca
 
 
   Nell'area del Parco Regionale dei Campi Flegrei, stretto fra i territori di Cuma e Torregaveta, affiora uno dei quattro specchi lacustri dell'area flegrea: il lago Fusaro, nel comune di Bacoli.
Noto in antichità come Acherusia Palus, il bacino, che mitiche leggende tramandano si sarebbe formato dalle acque dell'infernale Acheronte, è separato dal mare da una stretta lingua di terra, la quale gli fa da sponda, sul versante marino, con le sue canne piegate dai venti salmastri.
Luogo adibito alla pesca fin dai tempi degli stanziamenti delle prime comunità greche in area flegrea, nel corso dell' XVIII sec., il lago Fusaro iniziò ad essere oggetto di riqualificazione da parte dei sovrani borbonici.
L'interesse che Ferdinando IV dimostrò per questo sito s'inseriva in un progetto di rivalutazione delle bellezze del Regno di Napoli e delle sue mitiche radici, di cui il territorio flegreo era immaginifico scenario. Il lago Fusaro, oltre a richiamare alla memoria i leggendari tentativi di seduzione rivolti alla Sibilla dal dio Apollo, presentava l'innegabile vantaggio di rappresentare una florida riserva di caccia e pesca, attività per le quali il monarca aveva sempre dimostrato particolare inclinazione.
Nel 1782 il sovrano acquistò il lago e l'area ad esso circostante, fino allora proprietà della Santa Casa dell'Annunziata di Napoli, allo scopo di destinarlo a sua personale riserva di caccia, nonché luogo di delizie. Qui, nel mese di novembre, il re praticava la caccia alle folaghe, allestendo sul lago  delle piccole imbarcazioni, dette "sandoline",  a formare dei cordoni sulla superfice ed obbligando così gli uccelli a librarsi in volo rendendoli facili bersagli per i cacciatori. Il progetto non presentava risvolti esclusivamente ricreativi, ma vi si configurava anche un fine utilitaristico con l'avvio, sfruttando le acque salmastre del lago, di un allevamento di ostriche, giunte da Taranto.


J.P.Hackert- Ferdinando IV a caccia di Folaghe sul lago Fusaro- Museo di Capodimonte, Napoli
 
 
L'architetto Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi, veniva chiamato a curare sia il recupero ambientale del parco circostante sia ad ideare una casina di caccia degna del committente e che sarebbe stata costruita nell'arco di quattro mesi.
Il progetto prevedeva lo sfruttamento di un sabbioso isolotto appena affiorante dalle acque, posto a poca distanza dalla riva e su cui edificare la struttura: l'estro creativo ed il bagaglio tecnico dell'ideatore avrebbero coniugato esigenze costruttive contingenti alla consapevolezza degli sviluppi in campo architettonico avviati in Europa ed espressi in opere quali il casino Althan di Fisher von Erlach ed il casino di Stupinigi di Filippo Juvarra.
Il caratteristico edificio, a cui in origine si giungeva esclusivamente a bordo di una barca, ha pianta dodecagonale e si articola in un pianterreno ed un piano nobile, ritmati da ariose finestre.


Sala del pianterreno con cupola ad ombrello



Sala del Piano Nobile
 
Di quello che doveva essere il suo apparato decorativo si conserva ben poco: i moti della Repubblica Partenopea del 1799 contribuirono alla perdita delle quattro considerevoli tele, le "Quattro stagioni", che il sovrano commissionò nel 1783 al pittore tedesco Jakob Philipp Hackert  e che adornavano le pareti della sala al primo piano.
Della decorazione originale, oltre al pregevole camino posto nella sala al pianterreno, si custodiscono tracce degli affreschi dei due piccoli retret del piano nobile, dove fra racemi d'edera ed esemplari della fauna locale, resi con raffinata maestria, ritorna il tema mitico nella rappresentazione del dio Nettuno alla guida di una biga trainata da cavalli marini.



Camino
 
 
Particolari degli affreschi della volta di uno dei camerini

 
Ulteriori dettagli degni di nota sono ravvisabili negli stucchi in forma di conchiglia e granchi posti a decoro degli architrave delle finestre e dei balconi, richiami agli elementi tipici del luogo.


 
 
Isola di svago per una delle dinastie regnanti più importanti dello scacchiere europeo, la Real Casina offrì ospitalità ad eminenti personalità del tempo: l'imperatore Giuseppe II d'Asburgo, cognato del re Ferdinando IV, lo zar di Russia Nicola I, l'imperatore d'Austria Francesco I, Wolfgang Amadeus Mozart e Gioaccino Rossini sono solo alcuni degl'illustri ospiti che vi soggiornarono, godendo dell'amenità del luogo.
Con il ritorno dei sovrani nei primi mesi dell' 1800 si tentò il recupero del sito, i cui lavori vennero affidati all'architetto Giovanni Marcelli e che videro ulteriori commissioni per la realizzazione di tele ai pittori Giovanni Capovecchio e Ferdinando Partini.
A partire dalla fine dell' '800 il sito visse alterne vicende che lo portarono anche ad ospitare un elegante ristorante.

Oggi la Real Casina, dopo essere stata chiusa al pubblico per lunghi periodi, è raggiungibile servendosi di un ponticello ligneo costruito nel 1923 ed è visitabile nei fine settimana, guidati dai volontari della Protezione Civile Falco di Bacoli.
Si restituisce così la possibilità di godere di uno dei luoghi più suggestivi dell'area flegrea.


Stemma dei Borbone di Napoli posto sulla facciata
 
 
 
Bibliografia
Cirillo O. - Carlo Vanvitelli. Architettura e città nella seconda metà del Settecento- Alinea Editrice, 2008.
Della Ratta F. - L'Annunziata- Guida Editori, 2010.
Gravagnuolo B. (a cura di) - Carlo Vanvitelli. Saggio storico di Arnaldo Venditti- Guida Editori, 2008.
Quilici L., Quilici Giglio S. (a cura di)- La forma della città e del territorio- L'Erma di Bretschneider, 2006.
Lucio Anneo Seneca- Lettere a Lucilio- Garzanti, 2008.

venerdì 18 marzo 2016

Villa San Marco a Stabia. Il tesoro custodito dalla cenere




Ingresso di villa San Marco


    Dimenticate per un attimo i parchi archeologici di Pompei ed Ercolano, con le file alle biglietterie, i venditori di souvenir e sciami di turisti raminghi alla ricerca di scorci caratteristici da immortalare con la propria fotocamera. Questo è un posto diverso, dove poter godere del piacere di una visita rilassante. E' un luogo poco affollato, anche se qui, come a Pompei, Ercolano, Oplonti, il tempo e la storia si sono cristallizzati con l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.
Qui, a Stabia, la cenere ed i lapilli seppellirono villa San Marco.
 
Oggi Castellammare di Stabia si raggiunge dalla stazione ferroviaria di Napoli grazie ai treni della circumvesuviana che, giungendo alla fermata "Via Nocera", e usufruendo di un servizio di autobus, permettono di arrivare alla villa San Marco sul pianoro di Varano.
Circondato da campi coltivati e piccole abitazioni, si stenta quasi a credere che al termine del malconcio percorso che da via della Passeggiata Archeologica conduce all'ingresso della villa d'otium, possa sorgere uno dei luoghi più eccezionali per lo studio dell'archeologia classica.
 
Scoperta durante il regno di Carlo di Borbone, la villa deve il suo nome ad una cappella dedicata a San Marco che sorgeva in quest'area. Lo scavo venne tenuto aperto per permettere l'asportazione degli affreschi ritenuti di maggior pregio, per poi essere nuovamente interrato.
Solo nel 1950, grazie ad una nuova campagna investigativa, la struttura venne riportata alla luce.
 
La villa è un gioiello considerevole, posto in una zona panoramica, dominata dalla mole del vulcano.
Costruita, nel suo assetto attuale, probabilmente in età augustea, con i suoi 11.000 metri quadri d'estensione, doveva rappresentare motivo di vanto per il suo proprietario, da alcuni indicato nel liberto Narcissus, da altri riconosciuto in un membro della gens dei Virtii, per la presenza in zona di un sepolcro appartenuto a questa famiglia.
 
La visita, una volta discesi i gradini che separano l'attuale livello stradale dall'ingresso del complesso, ha inizio in un vasto ambiente al cui centro domina la tipica vasca adibita alla raccolta delle acque piovane, l' impluvium. Nella medesima sala, sulle cui pareti restano tracce pittoriche di quella che doveva essere una vasta decorazione, si apre una nicchia dal fondo curvo, decorata con finte specchiature marmoree, sulle cui mensole trovavano locazione le immagini dei larii, divinità domestiche protettrici della famiglia e della dimora.
 
 
Impluvium nell'atrio d'ingresso
 
Centauro- Resti di affreschi dell'atrio
 
Larario
 
 
La villa è composta da innumerevoli ambienti, divisi in aree di rappresentanza, stanze -cubicula- private ed ambienti di servizio. Parte di questi vani è chiusa al pubblico, ma ciò che è aperto alla visita permette di immergersi nella vita di un'antica residenza romana. Così, continuando il percorso, oltre a scoprire la sezione termale con il tepidarium, calidarium e frigidarium, sale in cui  fare bagni e dedicarsi alle cure del corpo sfruttando un percorso composto di ambienti riscaldati a diverse temperature, è possibile visitare anche le cucine che conservano ancora i piani di lavoro, il cui bancone in muratura poggia su archi utilizzati per riporre materiali di pronto impiego.
 
 
Vano tetrastilo del calidarium
 
 
 
Cucine
 
 
Uno degli spazi più suggestivi del percorso è costituito dal porticato del peristilio inferiore e dalla piscina, arricchita da un ninfeo, ampliati entrambi in età claudia. Le dimensioni e la grandiosità di quest'area sono tali da avvicinarla all'equivalente spazio della piscina della villa dei Papiri di Ercolano e della villa di Poppea ad Oplonti. Il vasto portico qui abbraccia un giardino che prima dell'eruzione vesuviana ospitava due filari di platani di cui si conservano i calchi delle radici.
Da analisi condotte su queste si è potuto stabilire che nel 79 d.C, quattro di questi alberi avevano 75 anni, mentre due risalivano almeno a 105 anni prima.
A sud la piscina è delimitata da una parete curva, scandita da otto nicchie decorate con stucchi a bassorilievo rappresentanti divinità.
 
 
Porticato del peristilio inferiore
 
Decorazione del porticato del peristilio inferiore
 
Ninfeo


Nicchia del ninfeo
 
 Grande doveva essere la ricchezza ed il potere del proprietario di questa dimora, attento alle mode, all'arte come ostentazione e status symbol. Gli ambienti di rappresentanza della sua residenza appaiono tutt'oggi di una magnificenza straordinaria, nonostante la traslazione di molti affreschi in epoca borbonica, i danneggiamenti provocati dal terremoto del 1980 e l'inevitabile usura del tempo.
Fra queste sale, dominate in prevalenza dal color rosso pompeiano, ci si ritroverà a scoprire pitture a tema mitico, naturalistico o semplicemente decorativo. Affascinanti appaiono le immagini di Perseo in atto di mostrare la testa di Medusa o la giovane Ifigenia recante il Palladio che adornano le pareti di un cubicolo o ancora Eros recante un piatto d'oro, che sebbene in condizioni conservative meno buone delle precedenti esercita una sorta d'incanto su chi l'osserva.
 
Perseo con la testa di Medusa (part.)
 
 
 
Ifigenia recante il Palladio
 
 
 

Amore recante un piatto d'oro

 
 
 

Particolare naturalistico della decorazione di un cubicolo

 
 Tanti ancora ed innumerevoli sono le attrattive di questo sito, elencarle con dovizia didascalica non  contribuirebbe a rendere la bellezza percepibile solo attraverso una visita, sospesa tra eccellenze artistiche ed un panorama mozzafiato che tutto il mondo ci invidia.
 
 
Il Vesuvio dal grande peristilio
 
 
Testi consultati
 
A. Barbet, P. Miniero (a cura di)- La villa San Marco a Stabia- Ecole Française de Rome, Roma 1999.
T. Terpstra, L. Toniolo, P.Gardelli, Campagna di scavo APAHA 2011 a Villa San Marco, Stabiae. Relazione preliminare sull'indagine archeologica. Rivista Studi Pompeiani XXII, 2011.


sabato 12 marzo 2016

L'antica Cora









"Mira che gioventú, mira che forze

mostran, solo a vederli. 

Appo costoro

quei che son là di quercia inghirlandati,

di Gabi, di Nomento e di Fidene

parte propagheranti il picciol regno,

parte su' monti il tempio ti porranno

d'Inúo, e la terra che da lui dirassi,

e Collazia e Pomezia e Bola e Cora;

ché questi nomi allor quei luoghi avranno

ch'or ne son senza." 


Eneide, canto VI



 Così, Virgilio affidava alle profetiche parole d'Anchise, la storia della mitica fondazione degli antichi e più vivaci centri del basso Lazio che avrebbero visto le loro vicende dipanarsi attraverso i secoli. Fra questi l'antica Cora, oggi Cori, colonia latina in terra dei Volsci.



Carta del basso Lazio (part.) presso la Galleria delle carte geografiche-
Roma, Musei Vaticani

Percorrendo il tragitto che dalla statale Pontina attraversa la cittadina di Cisterna, fra salite circondate da uliveti, si raggiunge l'antico abitato di Cori, posto su di un'altura affacciata sull'Agro Pontino.

Dominato alla sommità dai resti del tempio d'Ercole (II sec. a.C.), il centro storico conserva i tratti dell'assetto urbanistico medievale, dove caratteristiche stradine e scorci panoramici contribuiscono a renderlo un luogo tipico con i suoi siti d'interesse storico ed artistico.

La chiesa ed il convento di Sant'Oliva- oggi sede del Museo della Città e del Territorio- sono sicuramente fra i luoghi più rappresentativi del comune di Cori, sia per la posizione rilevante all'interno del contesto urbano - posti su di una piazza dal suggestivo affaccio panoramico- sia per l'uso sacrale dell'area perpetratosi nei secoli: la struttura medievale di Sant'Oliva, infatti, venne innalzata nel XII sec. sui resti di un precedente edificio sacro che alcuni vorrebbero intitolato al dio Giano.
Il campanile medievale è uno degli elementi caratterizzanti la facciata della struttura su cui si aprono i portali della basilica di Sant'Oliva e dell'attigua, ad essa comunicante, cappella del SS. Crocefisso.



Facciata della chiesa di S.Oliva


Dedicata ad Oliva di Anagni, santa vissuta nel V sec., la chiesa si articola in tre navate coperte da volte a crociera ogivale, in cui è stato fatto largo uso di materiali di reimpiego, quali colonne, capitelli e materiali lapidei, attinti da antichi siti.



Interno di S.Oliva

L'interno della chiesa, di austera semplicità, intervallato dalle massicce colonne, presenta alcune decorazioni pittoriche riconducibili a differenti periodi. Sull'altare si conservano i resti di un affresco databile alla fine del '400 con S.Oliva tra S. Agostino e Santa Monica.


Altare di S.Oliva

Queste non rappresentano però le tracce pittoriche più antiche osservabili all'interno.
Nella volta della prima navata destra compare infatti l'immagine di Cristo Pantocratore, su fondo blu circondato dalle figure dei quattro evangelisti, per i quali è stata avanzata una datazione che non supera la prima metà del XV secolo.


Cristo Pantocratore

Accanto la chiesa, separata da arcate, si apre la cappella del SS. Crocefisso, a navata unica, la cui volta a botte appare come un tripudio pittorico su cui si dispiegano storie vetero e neo testamentarie e che rappresenta l'elemento di maggior attrattiva del vano, nonostante la presenza della decorazione absidale con Apostoli e l'Incoronazione della Vergine e la parete di controfacciata, anch'essa completamente decorata, con scene del Giudizio Universale.



Cappella SS. Crocefisso


Cappella SS. Crocefisso



Edificata tra il 1467 ed il 1480, la cappella e l'annesso convento agostiniano rappresentano l'apice del programma architettonico promosso a Cori da Ambrogio Massari, generale dell'ordine degli Eremitani e nativo del luogo. La sua dedizione nel perpetrare l' impresa si tradusse non solo nella ricerca di appoggi nelle alte sfere ecclesiastiche, concretizzatasi nel sostegno espresso dal mecenate cardinale Guillaume d'Estouteville, ma si espresse anche nel vivo slancio che l'accompagnò nel curare le problematiche legate alla realizzazione della fabbrica. A Cori poté prendere forma un cenobio che traduceva, nelle sue strutture e decorazioni, la piena consapevolezza dei gusti stilistici ed architettonici del periodo, avvicinando la fabbrica corana ad episodi similari, contemporanei, osservabili in area lombarda.

Chiostro


Santa Monica e Sant'Ambrogio- Lunetta del chiostro

Se il chiostro con i suoi affreschi esprime ariosità ed  un pieno equilibrio architettonico con le sue arcate a tutto sesto, è nella sovrastante loggia che si palesa la peculiarità di quest'area. Aperta su tre lati ed anch'essa scandita dalla ritmicità dell'arco a tutto sesto, qui trova piena espressione l'estro del maestro che vi realizzò i capitelli, tal Antonio da Como, come si evince dal nome apposto alla base di una delle colonne.


Firma del maestro Antonio da Como

I trentasei capitelli della loggia, ognuno diverso dall'altro, alternano a figure antropomorfe, zoomorfe e floreali, figure di santi e maschere demoniache, immagini ammonitive e richiami al potere secolare, espressi dagli stemmi del cardinale d'Estouteville, il tutto espresso con squisito equilibrio plastico.

Loggia, capitello con busto di S. Agostino

Loggia, capitello con busto di S. Monica in preghiera

Loggia, capitello con putto reggi stemma


Oggi, negli ambienti che componevano gli spazi conventuali sono esposti in prevalenza materiali archeologici frutto di scavi effettuati in zona, che spaziano dai reperti d'arte classica ai ritrovamenti di ceramiche invetriate e dipinte di datazione medievale.
Il complesso di Sant'Oliva, nella sua interezza rappresenta una realtà stimolante per chi non solo è alla ricerca di esperienze culturali al di fuori dalle rotte turistiche abituali ma principalmente per chi ha vivo interesse nel prendere coscienza della storia del territorio nelle sue molteplici sfaccettature.


Stemma di Cori. Chiostro di S.Oliva

Testi di riferimento
D. Palombi, P.F. Pistilli (a cura di)- Il complesso monumentale di S.Oliva a Cori- L'età romana, medievale, rinascimentale e moderna. Biblioteca Egidiana Tolentino 2008.
D. Palombi (a cura di)- Cori. La città come museo. Edizioni Teameia Cultura.
Publio Virgilio Marone- Eneide.

Museo di Cori
Tel/fax  0696617243










 


sabato 5 marzo 2016

Centrale Montemartini di Roma. Quando l'antico incontra la macchina




   Sul tracciato della via Ostiense compreso tra la Piramide Cestia e la Basilica di San Paolo fuori le mura, si estende un tratto urbano che a partire dal primo decennio del '900 venne investito da un processo d'industrializzazione che, nell'arco di qualche anno, avrebbe dovuto stravolgere l'area, concentrandovi le principali attività produttive dell'urbe. 

A guardare oggi il quartiere ostiense, affollato di locali e ristoranti etnici, frequentato da studenti universitari ed attraversato da un frenetico quanto ininterrotto flusso automobilistico, si fa un pò di fatica ad immaginare questa zona come il centro industriale della capitale. Ma usciti dalla stazione metro di Piramide e dirigendosi a piedi verso la Basilica di San Paolo, ci si imbatterà nei resti di quel passato che a ben pensarci non è neppur poi tanto remoto: le vecchie strutture che ospitavano i Magazzini Generali, l'area dei Mercati Generali, la torre gasometro della Società Anglo-Romana che fa capolino fra i palazzi... Al civico 106, si apre un vialetto, apparentemente come tanti ma che è diverso da quello delle civili abitazioni, poiché questo è l'ingresso della Centrale Termoelettrica Giovanni Montemartini. Inaugurata il 30 giugno 1912, i suoi impianti e strutture, progettate dagli ingegneri M. Carocci, I. degli Abbati e C. Puccioni, andavano ad inserirsi nel panorama industriale ostiense con l'Edificio Quadro, la Sottostazione e la Torre Hanon: i suoi stabilimenti rappresentavano per l'epoca un esempio in campo tecnologico con la sua produzione d'energia ottenuta dallo sfruttamento combinato del ciclo diesel e del ciclo vapore. 

Visse alterne vicende durante gli anni del regime e della seconda guerra mondiale, ritornando ad operare a pieno ritmo nel periodo dell'occupazione nazista e della successiva liberazione, risparmiato dai danneggiamenti bellici. Abbandonato negli anni '60 del secolo scorso per la sopraggiunta inadeguatezza degli impianti questi vennero riutilizzati a vari scopi,  a partire dal 1989, avviandosi ad essere trasformati in area di archeologia industriale.

Nel 1997 si avvia la collaborazione tra l'Acea ed i Musei Capitolini, trasformando il vecchio stabilimento Montemartini in sede espositiva per le opere di scultura antica.
Attualmente il suo percorso museale si compone di opere che dagli anni della Roma repubblicana coprono i secoli che giungono fino al periodo della Roma imperiale di Augusto, testimoniata dai reperti provenienti dalle residenze patrizie ed imperiali.

La Sala delle Colonne offre un excursus fra materiali frutto di diverse campagne di scavo, quali quelle condotte sull' Esquilino, presso San Lorenzo, a via del Babbuino, quelli emersi durante i lavori di riammodernamento dell'area della stazione Termini ed infine di via Panisperna.
Qui fra urne funerarie, corredi, doni votivi di eccelsa fattura, tracce di affreschi, mosaici provenienti da domus private, ritratti bronzei, si ha la possibilità di cogliere le preferenze stilistiche e di gusto proprie dei romani in età repubblicana.


Rilievo funerario della famiglia dei Benni


Rilievo funerario da via Statilia
                                     



Ritratto di Augusto


L'affresco dei Fabi è testimonianza del valore celebrativo e trionfalistico che i romani riconoscevano all'arte come veicolo di episodi a perpetua memoria. Decoro di una tomba appartenente ad un membro della famiglia dei Fabi, celebra un episodio delle guerre sannitiche risalenti alla prima metà del III sec. a.C. ed anche se lo stato conservativo non appare dei migliori, lo stile narrativo delle scene contribuisce a farne quasi un testo di valore storico.


Affresco dei Fabi


L'eccezionalità dei materiali qui esposti si enfatizza maggiormente con i mosaici provenienti dagli scavi di via Panisperna: scene di fauna marina, papere ed uccelli di un eccelso gusto naturalistico, decoravano la sala di una dimora privata, il tutto reso con uno spirito raffinato ed elegante, degno di un committente di un elevato status culturale ed economico.


Particolare del mosaico di via Panisperna



Particolare del mosaico di via Panisperna


Nella Sala delle Macchine, in uno scenografico allestimento dove gli impianti con le loro sfumature ferrose si combinano alle statue marmoree monumentali creando un ambiente unico e suggestivo, si susseguono opere  dell'età tardo repubblicana: divinità imponenti, copie da originali greci scandiscono il ritmo di questa sala.













La Sala Caldaie, l'ultima sala del percorso espositivo, è dedicata ai reperti provenienti dagli scavi operati sui colli dell' Esquilino, del Quirinale e del Viminale, in occasione dell'espansione urbanistica post-unitaria. 
Il materiale qui esposto pone l'accento su di un periodo che si concentra tra la fine del periodo repubblicano e l'affermarsi del potere imperiale. Mutamenti di gusto e di tendenze si evidenziano nelle opere raccolte in questa sezione, dove si assiste alla piena affermazione di una nuova classe dirigente detentrice di una consapevolezza culturale più matura e raffinata. 
Se l'arte ha sempre rivestito un ruolo centrale nell'affermazione del proprio status sociale, nell'età imperiale assurge a segno inconfutabile del potere economico e politico. 
L'occasione per mettere in mostra tale potere era rappresentato principalmente dalle domus rivestite di ricchi apparati e circondate dagli horti arricchiti da marmi preziosi commissionati ad artisti in voga o fatte giungere dal mercato ellenico. La raccolta di opere qui esposte contribuisce a ben rendere l'idea della coscienza estetica delle classi privilegiate come il vasto mosaico rinvenuto presso la chiesa di Santa Bibiana con scene di caccia che qui occupa l'area centrale del vano caldaie.


Particolare mosaico rinvenuto nei pressi di Santa Bibiana


La visita al museo della Centrale Montemartini si compone di altri innumerevoli pezzi d'eccezione che meriterebbero almeno una menzione, ma si cadrebbe facilmente in un'enumerazione impersonale di reperti che meritano ben altra attenzione come questa realtà museale merita più che una rapida visita. 
Il connubio stabilitosi  tra gli impianti della vecchia centrale termoelettrica ed i reperti archeologici contribuisce a rendere questo museo una delle realtà più affascinanti, nonché scenograficamente coinvolgenti, del panorama capitolino, un episodio che sfrutta a pieno le risorse e la storia che un territorio può offrire.